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giovedì 9 maggio 2013 16:30:00

Tequila e Mezcal hanno dissetato gli ardori di un Messico inqueto e contrastato, hanno anche infuocato gli impeti di Francisco Villa ed Emiliano Zapata, di certo hanno affogato la rabbia della perdita del Texas, dell’Alta California e di sicuro hanno assopito la disperazione per i collassi economici, di cui l’ultimo del 1994 porta ancora conseguenze non positive.

Eppure Tequila e Mezcal hanno continuato a identificare lo stile del bere della terra dei Mariachi, e soprattutto la Tequila è stata, e lo è ancora, un ottimo biglietto da visita per l’intera nazione.

La Tequila interpreta lo spirito ufficiale dell’essere bevanda alcolica in Messico e il suo appeal negli Stati Uniti d’America ha raggiunto vette inimmaginabili. Piace molto al gusto dell’americano medio, quello che si è un po’ allontanato dal KFC e dal Taco Bell , che considera Mc Donald un surrogato di un Burger del dopo proibizionismo e che vede nel El Pollo Loco l’industrializzazione della Comida Corrida e la completa snaturalizzazione della Comida Familiar.

Il Mexico è sempre stato caliente e la Tequila è un distillato caliente, anzi muy caliente. Infatti le pigne estratte alla giusta maturazione dall’agave Weber o Blu,  prima di essere macerate per estrarre il succo da distillare sono “cotte”  in forno o al vapore, e la distillazione è doppia e talvolta tripla: per cui in quel liquido alcolico c’è tutto il calore del Messico.

La Tequila è soggetta a certe rigidità legali, infatti può essere fatta solo nello stato di Jalisco e solo occasionalmente nelle terre circostanti. È il distillato “governativo”, quello che interpreta e perpetra il feeling alcolico dell’internazionalità. Il suo profilo organolettico è espressione di pulizia, di raffinatezza, di ufficialità. Ha nell’aroma tutta l’agrumosità del limone, l’effetto rinfrescante della menta e dell’anice e il letto odoroso della buccia della mela e della pera fresca che si sta sbucciando. Veramente strategico per il riconoscimento della Tequila Blanco è la decisa pungenza vegetale del peperoncino verde e rosso piccante (chili habanero).

Assolutamente fashion  fu (anzi lo è ancora) lo stile di beva: un po’ rustico, un po’ trendy, un po’ macho e parzialmente shemale. Un distillato capace di interpretare il lato anche equivoco della movida notturna, e di rendersi elegante prima del dinner a Beverly Hill. Quel gioco di sale e limone ha interpretato la sostanza e la leggerezza della generazione antecedente il tracollo della Lehman Brothers.

Ora sembra giunta l’epoca del Mezcal, di questo distillato ancestrale, rancherito e musicato dalla vihuela e dal guitarrón.

Anch’esso è ottenuto dal solo cuore dell’agave, ma non ristretto alla sola Blu, anzi è il blend o la singolarità che lo tipicizza. L’agave non è cotta a vapore, né in forno, è arrostita sul carbone ardente e coperta da palma e terra, come a ricreare un forno naturale, infine il succo estratto è distillato una sola volta.

Questo fa del Mezcal un prodotto distante dalla Tequila. Ha un elegante tono affumicato, un struttura meno oleosa rispetto alla Tequila, tende a grattare sulle papille, quasi a mostrarsi acidulo, e il finale di bocca può creare l’effetto di verdure grigliate. Se dovessimo fare un paragone il Mezcal sta alla Tequila come l’Armagnac sta al Cognac, morale: entrambi possono eccellere.

Ma in Messico un aneddoto sconvolge questa formulazione, si dice infatti che un Mezcal può assomigliare a una Tequila ben riuscita, ma una Tequila non riuscirà ad essere un Mezcal.

E poi c’è il Mezcal con il suo gusano. Dicono che sia un aromatizzante del distillato, però di certezze in merito non siamo in grado di darne. È sì vero che il Mezcal con il gusano sembra avere un ingiallimento cromatico maggiore, ma olfattivamente parlando espressioni validanti queste ipotesi non sono state trovate, nemmeno dopo tre assaggi.

 

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