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venerdì 18 ottobre 2013 12:15:00

Il paesaggio agricolo della campagna toscana è variamente segmentato, si osservano vigneti, oliveti, boschi e boschetti, e nella limitata distesa pianeggiante hanno residenza anche coltivazioni ad alta specializzazione.

In molte delle zone verdi pedecollinari, che fanno da contorno alle città, è resistita una particolare coltivazione del terreno, che vede un mix operativo in cui si intreccia il lavoro dei campi part time o festivo, a quello professionale e quotidiano.

In queste porzioni di territorio agricolo le coltivazioni più in auge sono l’olivicoltura, praticata con cognizione di causa e di risultati da conseguire, e poi c’è la viticoltura d’appoggio, cioè il filare della vite sulle prode.

La sistemazione del terreno a prode o alla toscana è da considerarsi un pezzo d’archeologia agricola, che in Toscana resiste, anzi è custodito, in quelle parti di territorio in cui non c’è stato l’avvento della specializzazione e il lavoro del campo è, appunto, part time o anche hobbistico.

I filari della vite fanno parte di questo sistema agricolo e l’uva prodotta era veicolata alle cantine cooperative.

Da qualche anno qualcosa sta cambiando: qualcuno s’è rimesso a fare il vino per autoconsumo. Che sia l’inizio di una moda? Che sia in atto un ritorno al genuino ruspante? Lo vedremo tra qualche anno!

Però gli indizi sembrano volgere in direzione di una parziale autarchia vinicola, o quantomeno a un cambiamento di costume del consumo enoico.

Lo spunto parte dal ritorno, prima, e dalla consolidata proliferazione, poi, della vendita del vino sfuso. Un ritorno in grande stile anche nelle città e nelle cittadine, riprendendo un modo di bere che negli anni 50 vedeva la vendita dal vinaio (non enoteca) del vino in bottiglioni, direttamente spillato dalla damigiana. Adesso usano il bag and box, quelli pluriuso.

In questi giorni di ottobre, passeggiando per le collinette della provincia di Pistoia, ho odorato più volte il profumo del mosto, e quei filari che qualche settimana prima erano carichi di grappoli, si presentavano spogliati, con foglie già al limite dell’ingiallimento.

Eppure l’odore del mosto non viene da una cantina di un’azienda agricola, ma dalla dependance rustica di una villetta o di un ex casolare e già piccoli cumuli di raspi sono accatastati in attesa di essere dispersi nel terreno circostante.

Ho avuto occasione di sperimentare questa particolare situazione visitando un piccolo appezzamento di vigneto dietro la casa di un amico a Casalguidi, una vera e propria opera d’arte, tanto da sembrare un “clos”.

Casi come questi ce ne sono tanti e la conferma definitiva l’ho avuta entrando in una mesticheria di paese, all’esterno erano appesi dei fogli gialli che informavano i clienti della vendita di mastice per botti, olio enologico e tappi per damigiane.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)