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lunedì 6 ottobre 2014 15:30:00

Laggiù nel Midi che più Midi non si può, o giù di lì, il grenache noir è la spina dorsale dell’enologia del territorio e il concetto di fare vino è essenzializzato nella produzione dei calorici VDN. Infatti, quando di parla di Maury, il pensiero corre subito all’alter ego del Banyuls e un solo colore ci si ricorda: il rosso! Un rosso che tante affinità ha con il Porto, ma guai a dirlo ai vigneron del luogo. E allora noi ci cimentiamo con il Maury Blanc 2012, prodotto e imbottigliato da Joseph Parcé, La Préceptoire, a Saint-Armac (nord-ovest di Perpignan). I vitigni sono il grenache gris e blanc, poi il macabeu (cioè la riojana viura) e il carignan blanc. Le uve sono raccolte a maturazione, dovendo garantire 250 grammi di zucchero nel mosto; mosto che si lascia fermentare in botti da 400 litri e in mezzo del cammin di sua fermentazione subisce quello che i francesi chiamano mutage: aggiunta di alcool per bloccare la fermentazione. In tal modo restano gli zuccheri degli acini (molto fruttosio) che, oltre a fornire il gusto dolce, rinforzeranno l’espressione fruttata del vino. Dopo il mutage il vino s’addormenta per 12 mesi in futs de chene da 4 hl, non con tecnica ossidante.

Nel paraison il liquido alcolico del Maury Blanc 2012 sprizza di brillante oro non molto intenso. Nettamente fruttata l’intensità e la complessità olfattiva, molta frutta esotica e albicocca, sembrano però dei frutti verso la stra-maturità, come se fossero in un paniere al sole di fine autunno. Manca nel profumo un po’ di profondità, in qualche modo sembra soffrire del suo stato di piena maturità.

Gusto burroso, di burro e miele; la combinazione morbida – dominante nell’equilibrio, com’è ovvio – si lascia sedurre da una dolcezza non del tutto attenuata dalla freschezza e dalla mineralità, e meno male che l’alcol (17%) se ne sta al suo posto, nella fila di fondo delle morbidezze, senza disturbare. L’idea di dolcezza sfiora pericolosamente i confini della stucchevolezza, e la stratificazione zuccherina al palato pesa nell’economia dell’eleganza. Fin quando la temperatura nel bevante riesce a resistere al naturale incremento, lo spunto dolce ha un’immediatezza che resta dentro i canoni di quello che si definisce “vino dolce”; se la si abbassa troppo l’apparato gusto olfattivo soffre per incipiente neutralità aromatica; se aumenta di temperatura (e lo fa velocemente se l’ambiente è a 22°C) gli effetti morbidi si dilatano e il dolce oltrepassa il confine dell’equilibrio e si concede – traditore – alla stucchevolezza. Non siamo convinti che un po’ di vetro possa migliorarlo del tutto, soprattutto nella definizione aromatica della persistenza gusto olfattiva, per cui restiamo con il giudizio in mezzo al guado, forse terremo la seconda bottiglia per riassaggiarla tra un anno, però se ci capitasse un tocchetto di foie gras ce lo giocheremmo tutto, al buio, come al poker.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)