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martedì 23 febbraio 2016 16:30:00

“Le Midi” ha il suo valore intriso nella meridionalità più pura dell’essere Francia, seppur in presenza di contaminazioni culturali catalane e un po’ basche; ciò ha determinato una confluenza di significati che spazia dalla nozione geografica (versione mezzogiorno italico) a quella culturale, e infine a quella turistica.

La forza del sole coniò, in epoche non molto lontane, anche la nozione di Vin du Midi, intendendo con ciò quei vini da inviare al nord, per colorare e rinforzare le esili maturazioni del clima continentale. A quel tempo imperava l’aramon, poi via via l’hanno messo da parte e il territorio viticolo ha perso le vampate di alcolico (e naturale) calore e s’affermò per vini simil Porto, come il Banyuls e il Maury. C’è del neutro – s’affermava – in quei vini, troppo cotto il loro frutto (morello) e quel “rancio” spesso non chiude i giochi dell’equilibrio strutturale, per cui all’apertura della bottiglia la sorpresa era come puntare un numero alla roulette.

Anno dopo anno certi stampi enologici si sono sfrondati di alcol e morbidezza e una nuova linfa enologica s’è affacciata a scuotere i torpori canicolari, anche quelli organolettici.

Il vino Matassa Blanc, Côtes Catalanes IGP, vendemmia 2013, è l’alternativa in qualità e raffinatezza al mitologico Mas de Daumas Gassac.  Il vigneron in questione si trova a Calce, dove già s’annusa lo spirito catalano e tutto il profumo da garrigue, anche le vigne sono custodite da questo effluvio di secca aromaticità molto mediterranea.

Matassa, ovvero Tom Lubbe, è un vinificatore molto eccentrico, basta pensare alla Cuvée Brutal, un 100% macabeu (viura) macerato e fermentato con i raspi per 40 giorni e allevato in legno di media capacità, e il 2014 (appena 11% vol.) è già un cult come il vinile.

Noi ci fermiamo al semplice (si fa per dire) Matassa Blanc, fatto con uve grenache gris e macabeu, quindi più Spagna che Francia.

Oro bandiera ispanica, lucido lampo del sud, rinfrescante e roccioso al profumo, con rosmarino e aneto che offrono un erbaceo in versione secchezza d’agosto e polvere di terra battuta, quasi un fumé da tè nel deserto. È grintosamente sapido senza muovere le granulosità del minerale, polvere di pineta e aghi di pino, finale elettrico come pietra focaia. Volume e spessore in versione Jura e chiusura ondeggiante di balsamico. Il vino ha in sé tutti i crismi del non essere Midi, ma da questa perdita (meno male) d’identità abbiamo l’impressione che voglia emergere per costruire il nuovo, non per rinnegare ciò che fu. Lo attenderemo nelle prossime vendemmie.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)