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martedì 29 dicembre 2015 16:00:00

Questo gruppetto di isole vulcaniche in pieno oceano Atlantico fa vino da secoli, però il suo clima piovoso e sub tropicale non lo ha del tutto favorito, infatti si presentava spesso alto in acidità e in compagnia di una discreta volatile, tanto che le botti in cui veniva spedito diventavano più una zavorra per velieri, che una merce di scambio. Quei vascelli che navigavano tra la calda umidità dei Caraibi e del Sud America favorirono a quel vino, non certo volontariamente, una “cottura” nello scafo, poi l’aggiunta di alcune dosi di brandy lo faceva succosamente dolce, lo arricchiva nella sostanza strutturale e quel nuovo coacervo di profumi che si creavano lo rendeva addirittura desiderabile. Per essere certi di raggiungere quei risultati di profumo e di gusto il vino di Madeira ha viaggiato, e quando sostava più di un anno a bordo veniva chiamato “Vinho da Roda”. Tutto ciò ci indirizza a pensare che il Madeira sia il risultato di un processo che ha fatto di necessità della virtù e lo ha reso quasi indistruttibile, visto che la sua dose di ossidazione era una irrinunciabile caratterizzazione della personalità. Più o meno incidentalmente ha anche vissuto solenni spaccati della storia del mondo moderno, basta ricordarsi che giovedì 4 luglio 1776 fu impiegato per il brindisi della Dichiarazione di Indipendenza Americana. La coniugazione degustativa temporale del Madeira può abbracciare un’esperienza trisecolare, tanto che si possono degustare vini del secolo XIX, XX e XXI, e con molta fortuna anche del XVIII. In questo modo diventa un vino secolarizzato, che porta con sé i germi di ogni epoca evolutiva, dall’empirismo piratesco all’artigianalità del canteiro, fino alla tecnica dell’estufas. Anche Napoleone Bonaparte ne fu attratto, tanto da comprarne una botticella durante la sosta nell’isola fatta durante il suo viaggio di esilio verso Sant’Elena. Era l’anno 1815: la vendemmia di quel Madeira era antecedente il 1792. Napoleone non bevve quel vino per via dei problemi di stomaco che lo assillavano dolorosamente, quel vino Napoleon’s Madeira fu adocchiato da Winston Churchill nel 1950, e una volta sorbitolo ne fu così estasiato che volle versarlo lui stesso ai suoi ospiti, accompagnando la discesa nel calice con una didascalia verbale: riuscite a immaginare che questo vino arriva da una vendemmia che trovava ancora viva Maria Antonietta. Fu quindi Churchill ad abbinare il Madeira con il flavor del sigaro, perché quei vini super affinati hanno in sé il tutto e il di più dell’effetto foglia di tabacco, del fumé, del tono di distillato e di un corollario di caramello e tostatura che dà al sigaro un contributo di elegante allontanamento dal vizio da fumo. Questo curriculum degustativo avrebbe dovuto essere sufficiente per avvalorarne la fama e la preziosità, invece ha galleggiato in un oceano di sofferenza, quasi al pari di Porto, Sherry e Marsala, restando giustamente lontano dai restyling, forse perché altre navigazioni enologiche sono impraticabili. Il suo essere personaggio enologico non va considerato il frutto di un passato sorpassato, la sua essenza è pura verve in stile ossidato e ha dell’unicità pura in sé, per cui gli auspichiamo un riconoscimento di modernità per aver cristallizzato la distinzione dal suo status enologico. Caro Madeira, a quando nuovi racconti?

Roy Zerbini

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)