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giovedì 22 marzo 2018 09:00:00

Mentre scriviamo, ad Afrin, una città della Siria a maggioranza curda, l’esercito turco marcia in allegra compagnia di milizie jihadiste di complemento. Ankara ha battezzato l'operazione "Ramoscello d'ulivo" ma qui, nella provincia autonoma del Rojava curdo, in piedi non è rimasto nemmeno un albero. In questa fetta  di Medioriente non è stato il dominio islamico a ridurre la produzione di vino, ma guerre e dittature, di cui l'invasione di Afrin è solo l'ultima riga di una lunga storia. In Iraq le pulizie etniche di Saddam Hussein, la seconda guerra del Golfo e Daesh; la deriva conservatrice nella Turchia di Recep Tayyip Erdoğan; il tallone di ferro della famiglia Assad e la guerra civile in Siria. 

Storia accidentata e tristemente attuale quella del Kurdistan, nazione mentale, dispersa tra Turchia, Iraq e Siria, antiche culle della viticoltura, nelle quali i vigneti sono ormai confinati e smembrati. Troveranno forse, i Curdi, una forte analogia tra quegli arbusti e i propri destini. Così, nella parte settentrionale della vecchia terra di Mesopotamia, difendere le ultime roccaforti del vino diventa motivo di distinzione: definire una identità sulla carta politica così come i grappoli, invaiando, assumono la propria fisionomia. Quasi sempre graziati dalla fillossera, piantati ad un'altitudine di circa 800 metri, il sole scalda le uve con la stessa intensità con cui irradia i colori della loro bandiera; i pampini si abbarbicano ai muri delle case, suprema allegoria naturale dell'attaccamento identitario del popolo. Tanti e di tanti colori i vitigni del Kurdistan: una biodiversità enorme di uve nere (mermek, rosh mew), rosse (taefi, kamali), giallo acceso (zarek, hejaze, khatemni, keshmesh).

Per quanto laica, la maggior parte della popolazione curda, quando si tratta di vino, sceglie la discrezione: sbracciarsi in segnali di edonismo, da queste parti, significa esporsi alle rappresaglie di un nemico invisibile. Il vino spunta qua e là, dentro un borgo cristiano vicino Amedia e nel casolare di un iracheno di Rawanduz. Nella scuola laica fondata dal vescovo di Dohuk, aperta a cristiani e musulmani, la provenienza del vino della messa è segreta quanto la confessione; un ingegnere civile musulmano ha abbandonato il proprio lavoro per produrre vino, ma in segreto: le bandiere nere di Daesh, fino a pochi mesi fa, ululavano a soli dieci chilometri. L'eroismo della viticoltura, qui, non si declina nei terrazzamenti di colline a strapiombo, ma nel rischio di beccarsi una pallottola, o una bomba. 

Ci si arrangia, ma con passione: nonostante il caldo, non c'è nulla per eventuali irrigazioni d'emergenza, perché l'acqua è piena di clorosi ammosta coi piedi, o ci si ingegna con l'ausilio di un trapano miscelatore per cemento. Le grandi anfore di terracotta, tipiche della zona, sono ormai un ricordo: il mosto si travasa in bidoni di plastica, e persino nelle lattine di alluminio, con una cannuccia per fare uscire l'anidride carbonica. Tutto va bene pur di spremere un po' di gioia ebbra tra le rocce martoriate dai mortai. Ad oggi non c'è modo di pensare a denominazioni e disciplinari; ad imbottigliamenti a regola d'arte, cantine tecnologiche o etichette di grido. Come dicono da queste parti: non esiste un vino curdo, solo curdi che fanno vino. Almeno per ora. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)