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martedì 1 ottobre 2013 15:00:00

Noi abbiamo sempre sostenuto che la qualità di un vino non è collegata o garantita dalla legge che lo inquadra nella denominazione. Ciò significa che DOP e IGP devono rispettare delle rigorosità legislative, mentre il “vino” (quello senza riferimento di legge) ha la più ampia libertà di azione, ma per tutti loro è impossibile definire il dogma o l’assioma qualità, anche per chi si posiziona al vertice della categoria legalmente validata dagli organismi di controllo ministeriali.

Ciò significa che il vino non si deve valutare/giudicare per il nome riportato in etichetta, per la fama del produttore, per la bellezza della confezione o perché ha vinto un premio alla festa organizzata sotto casa.

Il vino va analizzato, giudicato e valutato all’interno della propria categoria (da intendersi come tipologia). Con questa parola generalizzante si intendono però una serie di accezioni enologico-produttive che investono la tipologia, il modello e infine la categoria stessa.

Un breve chiarimento. La tipologia sintetizza il modello e la categoria del vino, per modello si intende quei vini di cui possono essere riprodotti molti esemplari (esempio bianco, spumante, rosso, ecc.). Per categoria si intende invece l’evoluzione del modello, ovvero il gruppo di appartenenza enologica ordinato in base a criteri selettivi e classi di giudizio, per esempio considerando la resa per ha e per ceppo dell’uva, metodo di vinificazione, allevamento e/o affinamento del vino, e via con tanto altro che magari affronteremo con altri articoli.

In altre parole  non c’è da affidarsi all’edonismo, ma all’obiettività.

A conforto di queste considerazioni ci è venuto in aiuto un vino prodotto nella valle della Loira, il produttore è sconosciuto a noi italiani, l’uva è presumibilmente Pineau de la Loire.

Si tratta di un “vin de France”, quindi il livello meno rigido nelle limitazioni legislative di produzione, il nome è “Les Fouchardes”, il produttore si chiama Mark Angeli che possiede e dirige autarchicamente un’azienda maniacalmente biologica e biodinamica (certificata Demeter) rispondente al nome di “La Ferme de la Sansonnière”.

Ma veniamo al vino: Les Fouchardes 2008, Vin de France.

Ragionamento scientifico e indagatore sull’etichetta. È un ex vino da tavola o vino a denominazione di origine semplice. Infatti, questo Les Fourchardes è semplicemente un vino della vendemmia 2008, 100% Chenin Blanc, trattato fin dalla zolla della vigna e all’inserimento del sughero in modo artigianalmente antinfiammatorio.

Recita l’etichetta che si tratta di un succo di acini fermentato in cui sono presenti 44 mg/l di SO2  “vulcanica”.

La sua denominazione lo colloca nel gradino basso della scala valori legislativa di Francia, in una posizione in cui la stragrande maggioranza dei vini appartiene a livelli di qualità quantomeno forieri di titubanti interrogativi, principalmente analizzandone i dati statistici.

Les Fourchardes 2008 ha colore oro invecchiatosi alla luce d’un sole che ha trasmesso raggi ultravioletti; tentenna anche l’effetto limpidezza, mentre la consistenza visiva è integra. Giudizio a punti del segmento visivo, sufficiente.

Profumo stranamente franco, netto, pulito. Pieno di un’agrumosità non riconducibile al convenzionale tono citrico. Chi conosce la pompia di Siniscola può immaginarsi l’intreccio odoroso con i fiori gialli, i sali marini e il sottobosco estivo. C’è una fusione balsamica/fruttata di strana, ma attraente, fattezza. Il giudizio a punti del segmento visivo va dal buono in intensità, all’eccellente in complessità e qualità.

E poi il gusto, una sorpresa incredibile, una serie di sapori che ci hanno creato problemi nel riconciliare una descrizione condivisa. Tutti però d’accordo sull’originalità dell’eccellenza. La sensazione fresca e graffiante dell’acidità è tutta combinata nell’amalgamante sapore della pompia, del mango, della guava, delle sorbe e delle nespole. Un effetto tattile di pizzicore insaporisce tutta la morbida liquidità alcolica, e l’aroma di bocca si allunga, prima insaporito da un flusso di fruttato succo tropicaleggiante e poi da un ritorno aromatico di straziante balsamicità che sfiora i toni del patchouli. Cose mai percepite prima, tanto che al buono in struttura, equilibrio e all’intensità, abbina l’eccellenza in persistenza, qualità e armonia complessiva.

Sommando il tutto, questo “vin de France”, si assicura 90/100, a dimostrazione che la legge non fa la qualità, che il degustatore non fa la legge, e che insieme devono evitare di autosuggestionarsi.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)