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venerdì 16 marzo 2018 08:30:00

In Cina, la regione del Ningxia è la culla dell'etnia HuiI capricci della sorte hanno voluto che si concentrasse qui, nella patria di una minoranza musulmana, la maggioranza delle cantine cinesi più promettenti. Dell'onda lunga del vino del Ningxia, l'entusiasmo degli articoli vede solo la cresta, coi nomi dei produttori e le collaborazioni con la Francia; più in basso, però, ad alimentarne il moto, c'è un mondo di uomini e donne mal pagate, una visione del vino poco agreste e sconvolgimenti culturali ancora da digerire. Questo e altro nel reportage di Jiayang Fan, giornalista del New Yorker, appena uscito in USA. 

Vicina alla Mongolia, le montagne dell'Helan tengono distanti dalla regione le fauci del Deserto di Tengger, e concedono al Ningxia il privilegio di vivere di una vasta prateria altrimenti condannata all'inaridimento. Il corso del Fiume Giallo assicura l'acqua necessaria all'irrigazione, soprattutto dopo i capillari interventi di distribuzione delle condutture volute dal governo. Un'acqua da tempo mutata in vino, come racconta Su Long alla giornalista. Ci sarebbe da ironizzare su un ipotetico miracolo di Cristo in terra di Maometto, ma in realtà c'è poco da scherzare: qui, sul percorso dell'antica via del commercio tra Oriente e Occidente, il vino ha preso il posto della seta e non ha intenzione di mollare. L'altitudine, l'aria asciutta e il suolo della zona hanno convinto i cinesi a scommettere sulla viticoltura, tanto da avere cominciato la costruzione di una vera e propria strada del vino.

Su questo Helan Mountain Grape Culture Corridor, i sentieri iniziano a incorniciare i filari di Cabernet Sauvignon, Merlot, Carmènere e Chardonnay. Tra i tanti, quelli della Chandon Winery: qui, china a terra assieme a tante altre donne, la signora Juhua pota grappoli, coperta da una maglietta a maniche lunghe. Alla domanda di Jiayang - "come ti sembra la tua vita qui?" - risponde con un proverbiale "kao tian chi fan", espressione ricorrente del luogo: "per il cibo si confida nel cielo". Nessun obiettivo, zero conoscenza del cinese standard e poche abilità distintive rendono Juhua, e tante altre come lei, merce preziosa per i proprietari, liberi di pagarle dieci dollari al giorno per un lavoro spacca-schiena. Prima della conversione dei terreni in vigneti, da queste parti si viveva di agricoltura e pastorizia: vita dura, ma forse più accettabile. "Adesso il mondo è tutto cambiato", dice Zhang, assunto come reclutatore di lavoratrici come Juhua "e la vita è più facile solo per gli intraprendenti e gli ambiziosi". Un profilo assai diverso da queste donne, la maggior parte delle quali non ha mai bevuto un goccio del vino prodotto con i tralci potati.

Chi ritiene di passarsela meglio del passato, invece, è proprio la popolazione musulmana, gli Hui. Discendenti degli antichi mercanti persiani e arabi, gli Hui sono sovvenzionati dal governo centrale in quanto minoranza. Abbandonata l'agricoltura di sussistenza, hanno ricevuto nuove case, servizi all'interno delle città e terreni in comproprietà, ormai convertiti a vigneto, le cui uve vengono cedute alle cantine del posto. Nonostante l'estrema povertà della regione, gli Hui concordano quasi tutti: rispetto al passato, stanno meglio. Di vino, però, continuano a non berne nemmeno loro. 

Non è solo una questione di prezzo (come per Juhua) o di religione (come per gli Hui): per la maggior parte del popolo cinese il vino rimane in ogni caso una bevanda esotica. È solo l'enorme numero di uomini che compongono la nazione a trasformarne anche una minima fetta in un bacino appetibile per i mercati. Secondo Suzanne Mustacich, autrice di "Il Drago assetato", un noto libro sul vino in Cina, "solo in pochi comprendono che Bordeaux non è una marca ma una regione". Una premessa abbastanza ironica per un governo al lavoro per ricostruire questa regione proprio sul modello degli Chateau.

Basti dare un'occhiata a Chateau Changyu Moser, capace di investire 70 milioni di dollari nella costruzione di una cantina a metà tra il castello della Cenerentola di Disney e i giardini di Boboli. Una casa vinicola dove l'enologo è quello del blasonatissimo brand austriaco Lenz Moser ma dove i visitatori sono liberi di fare etichettare il vino con l'immagine preferita, dal pesciolino Nemo allo stemma della BMW. 

Eppure per l'ex sindaco e poi governatore della regione, Hao Linhai, vero demiurgo del successo del modello Ningxia, non c'è alcuna anomalia: "ecco una cosa che devi capire a proposito della realtà cinese" - dice alla giornalista - "tutto ruota attorno all'essere più grandi e più veloci." Hao ha seguito per anni l'impegno di regioni vinicole cinesi fondate sul controllo della qualità e sull'incoraggiamento delle piccole produzioni. Vederle fallire una dopo l'altra lo ha convinto: "qualità e longevità dei prodotti qui non sono considerate priorità". Anche se il risultato tangibile di questa corsa forsennata sono vini di scarsa qualità e ad altissime rese, incoraggiate da un prezzo di vendita dell'uva stabilito dallo Stato, la cosa non sembra preoccuparlo. 

Nonostante la filosofia futurista di Hao, c'è chi continua a produrre secondo misura e qualità, come Rong Jian: la sua Helan Qingxue produce solo 60.000 bottiglie l'anno (molto poche per gli standard del paese) ed è considerata fra le tre cantine migliori del Ningxia. Una goccia anomala in un mare dove la terra sabbiosa si chiazza di vigne e di cantine dallo stile volgarotto. Un eczema geografico dove, al di là di ogni romanticismo, ti aspetteresti di vedere girare i cammelli più che ondeggiare i pampini. Una regione che rimane indiscutibilmente povera, in una Cina dove il partito pretende di applicare uno schema standard di governo a quasi 10 milioni di chilometri quadrati di province, condannando o arricchendo esistenze col medesimo gesto, lasciando immutate gerarchie secolari. 
 
Gherardo Fabretti
 
© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)