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giovedì 19 settembre 2013 16:30:00

C’era una volta un “grigio” dominante, ma non quel colore plumbeo, un po’ fosco e un po’ cupo, che caratterizza le giornate del dopo San Martino, e nemmeno quel tedioso approccio umano che ti rimbalza addosso quando la situazione di un rapporto si fa opprimente e annoiante, né tantomeno la colorazione di un’esistenza marginale e sofferente, quel vivere grigio e melanconico che svapora nelle quotidianità solitarie e inoccupate, ma era che c’era, insistentemente, il vino Pinot grigio.

Crediamo che i più affinati lettori si ricorderanno quando esplose il Pinot grigio, senza quel color ruggine e ramato che poco fa “grigio” e molto fa Pinot “bianco”.

Le cronache raccontano che l’uva Pinot grigio negli anni sessanta era trattata come un’uva a bacca rossa e le bucce non venivano immediatamente separate dal mosto, ma erano lasciate in vinificazione per cedere al vino un classicissimo (per l’epoca) colore che spaziava dal ruggine al ramato.

 Il Pinot grigio in quella versione, poco rosata e poco rossa, soffrì la crescita modaiola dei vini color bianco carta di inizio anni 70, quelli con una neutralità gusto olfattiva non ostile a quei palati che ancora non avevano conosciuto il valore della complessità organolettica di un vino, ma si accontentavano di una perfetta esecuzione del prodotto, dell’assenza di residui di malolattica e di un brillantissimo e trasparente effetto limpidezza/colore.

Furono anni alquanto cupi per il vino bianco dal colore giallo, tutta la beva si concentrò nel vino sottilmente colorato, vagamente fruttato e floreale, con un’inflessione amarognola rigorosamente controllata; fu quell’esasperazione dell’assenza di colore che, figlia anche di una concretizzazione dell’evoluzione tecnologia del fare vino bianco,  portò il Pinot grigio, per opera soprattutto della Santa Margherita, a diventare un must indiscusso del bere modaiolo del periodo.

La sottrazione di colore assurse a una specie d’invenzione e influenzò non di poco la produzione di altri vini bianchi dell’epoca, che in pochi anni s’accentrarono in un profilo organolettico semi citrino, semi amaricante, blandamente sapido e che trovava la spinta di gradevolezza nella temperatura di servizio al di sotto dei 10°C, favorita tra l’altro dall’appropriarsi  e dallo sviluppo della catena del freddo per il servizio del vino nei ristoranti.

Per oltre un decennio il Pinot grigio fu il bianco più in voga d’Italia, riuscì con facilità a oltrepassare i confini dello stivale e diventò un vino cult sia in Inghilterra che negli Stati Uniti d’America, tanto che l’Oregon e la California lo piantarono per accodarsi al successo dell’enologia italiana.

Fu un attore vero di quegli anni, 1980-1990, un decennio di splendori a prezzo moderato, fu un qualcosa di massa senza che volesse esserlo e senza che qualcuno lo avesse spinto in quella direzione, si trovò coinvolto in un’ondata evolutiva che non era in grado di controllare, come un surfista che si lascia scappare l’onda del record.

Non aver avuto la possibilità di far luccicare il valore della moneta che gli apparteneva, l’ha costretto a giocare una mano al ribasso nel tavolo della concorrenza, e forse anche a tentare di mescolare le carte in senso inverso.

 L’inversione di tendenza s’è quindi avverata con crudele conseguenzialità e lentamente ha fatto perdere al Pinot grigio l’appeal verso il suo pubblico italiano, che in quel decennio s’era anche raffinato, mentre resisteva in quella fascia di consumatori esteri che mancavano di crescita degustativa.

Fa molta tenerezza trovare in carta il Pinot Grigio. Eppure oggi è molto più qualitativo nel suo profilo organolettico, però è ancora relegato in un angolo, soggiogato da uno Chardonnay ancora imperante, snobbato per dei bizzosi Pecorino e Passerina, contrastato anche dal resuscitato Friulano e dall’ex fantasma Pinot bianco.

In genere, anche nella proposta di beva al ristorante, è rarissimo che sia consigliato un Pinot grigio, abbiamo fatto delle prove e non è mai uscito il suo nome.

Bisogna assolutamente recuperarlo alla beva, è un vitigno “nobile”, ce lo insegnano gli Alsaziani. Non affonda mai la punta del suo fioretto con una freschezza acida, ti tocca elegantemente in morbidezza, il suo fendente alcolico ti sfiora appena, il suo fruttato non è banale e il suo amaricante non fa arricciare il naso. Ora che lo hanno forgiato nell’eleganza è giunto il momento di suggerirlo a tutti, perché, in fin dei conti, un buon “grigio” ti colora il gusto. Cin!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)