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venerdì 24 maggio 2013 16:30:00

C’era una volta lo Chablis, era il 1945, gli ettari coltivati erano 500. Poi all’improvviso la parola Chablis divenne un’icona nella moda di fare e di bere vino nel mondo, incorse in un’ascesa improvvisa e incontrollata, seconda per nomea solo allo Champagne.

Chablis divenne un riferimento di beva quasi mondiale, un pigliatutto nel mondo del vino bianco che fece traballare anche la Côte de Beaune.

Chablis e Chardonnay, C&C, un connubio inizialmente espresso in un principio qualitativo, per quella mineralità, di pietra focaia, che tanto attirò i neo degustatori dei primi anni 70.

I produttori non riuscirono a controllare l’esplosione enoica e la domanda mondiale strizzò troppo l’occhio al territorio, i vignaioli cedettero in un sol botto alle lusinghe di inondare il pianeta con tutto lo Chablis possibile, quindi moltissimi si gettarono nella quantità.

Il fervore verso l’innovazione produttiva fu altrettanto incontrollato, pertanto furono ben visti gli erbicidi, i pesticidi, la raccolta meccanizzata e quant’altro che impedisse l’erosione di un mercato conquistato con relativa facilità. Questo produceva una costante di realizzazione di margini di profitto più ampi, però il vino lentamente iniziò a diluire le proprie bontà organolettiche, si allontanò dalle caratterizzazioni del terroir, tanto che l’unica differenza tra un premier cru e un petit chablis era centrata sul prezzo, non certo su una dichiarata differenza di sostanza qualitativa.

Però il successo, più del nome che del valore organolettico, si stabilizzò, e molti si sorpresero, e a conferma di questo boom altri mercati uscirono con vini “fake”, falsi o pseudo falsi, come il California Blush Chablis.

La superficie coltivata esplose: oggi abbiamo 103 ha a Grand-Cru, 745 a Premier-Cru, 4420 a Chablis e 1562 a Petit-Chablis; di questi 4308 sono piantati, i restanti sarebbero 1000 ha in Petit e 1500 in Chablis.

Chablis s’è ritrovato a rappresentare, seppur non volendolo, l’idea del vino bianco secco nel mondo; avvalorando ciò si è inserito in una concentricità banalizzante, spesso graduata su profili organolettici espressi in standardizzante neutralità, il che equivale a degustare dell’acidità dispettosa, un tono odoroso un po’ vegetale e agrumato, un colore brillante ma freddo: in altre parole a un passo del baratro dell’inespressività.

Fortunatamente ci furono dei produttori che non si piegarono al mercato, non vollero giocarsi la filosofia produttiva in nome di un facile margine economico, continuarono così del loro passo e ci consentono oggi di parlare di una deriva quasi evitata.

Jean-Marie Raveneau and Vincent Dauvissat sono i loro nomi, altri ce ne sono, ma il gradino più alto spetta a loro.

Poi la flotta anti deriva s’è ampliata con Patrick Piuze, Domaine Oudin, Domaine Servin e lo strategico Gilbert Pic.

Nel 2006 è apparso l’ultimo flusso della linfa, un effetto rinfrescante per coltivazione e naturalità in vigna che risponde al nome di Thomas Pico. A suo dire il recupero della vitalità del terreno passa dall’abbandono di pesticidi ed erbicidi e tant’altro di quasi sintetico, passa dall’evitare la vendemmia meccanica, insomma passa attraverso il ritorno al passato. Come lui la pensano anche altri giovani come Alice e Oliveir De Moor.

È Thomas Pico colui a cui hanno assegnato la maglia gialla del tour Chablis, specialmente quando s’è presentato con il suo Chablis Villages e il 1er cru 2011 che scivolavano fuori dai binari.

Sono vini che hanno recuperato in pieno la fama del vero Chablis, quell’essere rudemente buono, con sapidità accattivante e quello pseudo fumé che noi italiani traduciamo in pietra focaia, ma i francesi dello Yonne lo descrivono come polvere di cannone. Nel recuperare le vecchia personalità ha recuperato anche la beva, soprattutto nella facilità d’assorbire la sua singolare e unica magia di durezza.

Ciò detto, c’è chi ha già annunciato una rinascita qualitativa dello Chablis, quella quantitativa non ne ha bisogno!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)