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giovedì 3 ottobre 2013 10:30:00

Ci sono crisi e crisi, le più pericolose sono di certo quelle della nostra politica, specie se abbinate a un’economia da tempo disastrata. La peggior crisi che possa riguardare la bottiglia è di sicuro quella di dipendere del suo contenuto, specie se è alcolico, questo però è un aspetto in cui il sommelier non resta invischiato.

I venti di crisi, perché così si deve parlare, stanno fischiando intorno alla bottiglia di vetro che contiene il vino.

I nuovi contenitori si fanno strada, anche se poi tanto nuovi non li possiamo considerare.

C’è però un certo rigenerato movimento intorno alla lattina.

I primi esperimenti italiani destarono molto scetticismo e le critiche che piombarono addosso a Giacobazzi prima e al Rich Prosecco dopo furono feroci. Eppure un’operazione di immagine e di marketing come quella di Rich crediamo sia stata un vero scoop in intelligenza, di cui peraltro il Prosecco non ha sofferto, anzi.

Noi non siamo per la demonizzazione, ognuno può usare il contenitore che più si addice alla filosofia della propria azienda, al profilo organolettico del vino che ha prodotto e al segmento di mercato che intende aggredire.

Molto esplicita e lontana da gabbie di tradizionalità è l’affermazione di un wine producer di Denver, Colorado: non c’è niente di particolarmente romantico nel fare il vino!

Perché, sembra sottintendere, alla fine va venduto. Chi fa vigna adesso, non deve pensare a come sarà il vino, ci sarà sempre qualcuno che lo farà uscire sano, invece non c’è però alcun professionista che possa garantire che quel prodotto sarà venduto.

Il vino ha in sé una serie di barriere, sia qualitative che quantitative, di interpretazione enologia e di status storico, di destinazione commerciale piuttosto che di posizionamento geografico.

Queste barriere non rendono accessibile il vino a quel tutto che brulica nel pianeta, e l’accessibilità è influenzata non solo da certe abitudini alimentari che non invitano alla beva del vino, ma anche dal voler elevare il vino a mero status symbol di un sociale che avvicina i fruitori all’occidente. Uno dei grandi nemici della bottiglia, e quindi del vino, è la frenetica espressione del pranzo, ormai ridotto a un passaggio meccanico di energia per soddisfare il metabolismo basale e impedire l’afflosciamento fisico e mentale.

Secondo alcuni bisogna fare un tentativo di recupero, raddrizzare una volontà immersasi anche in bevande alternative.

La lattina con il vino dentro può essere il principio di una soluzione. Già il design della forma fatto da Creative Guerrilla Marketing è meno asettico di quella in cui si contiene la birra (ammesso e non concesso che asettico sia azzeccato come termine). Dà un’idea che all’interno ci sia qualcosa di non industriale.

Abbinare nuovi contenitori a nuovi gusti del vino, con ridotta carica alcolica, più fruttato maturo, più fiori dolci al profumo, da bersi a temperatura sotto i 10°C, senza che tiri fuori quel rugoso amarognolo che tanto fa trendy in certe tipologie imbottigliate. In Italia non s’avverte questo movimento, ma in America sta per esplodere, sulla scia di quel nuovo “bere” al sapore medio dolce e tanto, ma tanto profumato, di cose che si mangiano, piuttosto che profumare di forbite escursioni che si arrampicano tra cedro del libano, la scatola di sigaro toscano, la pietra nera bagnata dal temporale delle otto di mattina e un colpo di sgorbia sul maggiociondolo.

Per il consumo casareccio l’invasione alternativa al vetro è già in atto, fortunatamente le dame di plastica o simili contenitori non hanno avuto successo, nemmeno negli States, dove anni fa occupavano spazi nei grandi Drugstore.

Oggi il Tetra Pack s’è fatto furbo in tutto, anche nella colorazione esterna, che diventa sempre più attraente e luccicante, e ciò che c’è dentro sempre più curato. Il caso del giorno è Constellation che si accinge a investire 20 milioni di dollari nel brand Vendange, da realizzarsi in California per allargare il confezionamento in Tetra.

Per Constellation il Tetra è molto conveniente per il consumatore americano, primo perché risigillabile, secondo perché ben trasportabile, terzo è protettivo verso il vino. Poi lo ritengono anche amico dell’ambiente perché si riduce del 90% di dimensione come rifiuto riciclabile e la sua riciclabilità è del 97%.

I primi colpi alla bottiglia sono stati assestati, ci vorranno anni a modificare l’attuale quotidiano, però ricordiamoci, ciò che qualche anno fa sembrava un ufo, come il fax, adesso è un illustre scarto.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)