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mercoledì 17 febbraio 2016 16:30:00

La barrique, il tonneau e la botte sono un ausilio fondamentale per ottenere vini da destinare all’affinamento in bottiglia?

Se analizziamo quale viaggio il vino ha effettuato dagli anni ottanta al duemila la risposta non può essere negativa, e molti rampanti wine writer hanno cavalcato la barrique (nuova) tanto da aver delineato una pseudo uniformità organolettica in molti vini, e i produttori si sono lasciati ammaliare da queste aperture del mercato d’oltre oceano, tanto da aver spesso superato il limite dell’equilibrio tra odore di legno e odore del vino. A un certo punto le grandi tradizionali botti sembrarono oggetti obsoleti e usare acciaio per rifinire il vino creava emarginazione enologica. I colori li volevano “caldi”, i profumi dovevano intrecciare spezie e tostature con un fruttato quasi cotto e un fiore trasformato in miele, per terminare con una cremosità e una burrosità imperante anche nel gusto. Si è riusciti a scoprire nuovi profumi come il balsamico, l’eucalipto, il cioccolato fondente, l’oaky, il creamy, il burro di cacao, il cocco, l’inchiostro e infine l’ematico, qualche volta si arriva anche agli elaborati come i cioccolatini “after eight”, i boeri e l’extrema ratio dei cuneesi. Questo ha portato al paradosso che taluni vini si trovano descritti senza riferimenti al fruttato e al floreale, mah!

Come in ogni colpo di fulmine, restare accecati dal troppo amore può non garantire una continuità, e quando ci si accorge che la controparte s’è presa una fetta della tua identità, il distacco, oltre che ghigliottinante, s’incanala nei meandri dell’obnubilazione, e nell’attimo in cui riscopri la naturalità, l’acciaio, si resta consapevolmente ammaliati. Eppure quel legno, in parte sovradimensionante e invadente, ha raggiunto un massimo del 3% d’uso nel mondo e sta scivolando verso il 2%. Furono i nordici anglosassoni e gli statunitensi a spingere per il tono dolce e legnoso, sono loro in questi tempi a fare marcia indietro per ricollocarsi sull’acciaio/cemento, dopo che lo guardarono in cagnesco per il supposto aroma di riduzione che avrebbe trattenuto nel vino. Nel vino gli sbandamenti enologici sono stati all’ordine del giorno, basta ricordarsi la velocità di cambiamento dal gusto fresco>acidulo, al caldo/morbido, poi fresco/sapido e infine sapido/caldo; o dal tannino spigoloso, rinfrescante di frutto e ruvido, per quello ciccione, tostato e pieno di sciroppo, con rapidissima oscillazione del contenuto in alcol dal 12,5 al 14,5%.

Il trend dell’acciaio (e talvolta cemento) s’è allungato dalla Nuova Zelanda all’Australia e comincia a penetrare in Francia, Spagna e Italia. Questo non significa che ci sia il declino della barrique, ma di un certo uso sicuramente sì: tutta quella vaniglia, quella spezia dolce che avvolge e non fa respirare il fruttato, quella tostatura che s’attarda nella p.a.i. rende difficoltoso l’appeal della beva.

L’uso un po’ guascone e confusionario della barrique è al capolinea, nuovi equilibri s’affacciano, essenzialità più rispettose della singolarità dell’essere vino si costruiranno nell’alternanza tra acciaio, cemento e un quanto basta di legno (e non è detto che debba essere nuovo e piccolo nella dimensione). E chissà se davvero è stata imbracciata lo scopa che spazza via il super legno e ci dona di nuovo un super frutto.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)