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lunedì 1 luglio 2013 16:45:00

di Roberto Bellini 

Francesco Redi (1626-1698) è ben conosciuto nel mondo degli amanti della storia del vino per lo scritto “Bacco in Toscana” edito nel 1685.

In questo Ditirambo sono citati 57 vini di qualità e il suo lavoro può essere considerato il primo tentativo di protezione del consumo del vino, che in quegli anni vedeva concretizzarsi la concorrenza di certe bevande “esotiche”, come il thè, il cioccolato e il caffè; la protezione si allungava anche verso nobili bevande come la birra e altre del nord, così declamate in giusta rima: chi la squallida Cervogia / alle labbra sue congiunge, / presto muore, o rado giunge / all'età vecchia e barbogia. / Beva il Sidro d'Inghilterra / chi vuol gir presto sotterra; chi vuol gir presto alla morte / le bevande usi del Norte.

Tra i vini e i vitigni citati dal Redi, declamati nei suoi anni per la facile beva, leggasi: ma frattanto qui sull’Arno / io di Pescia il Buriano / il Trebbiano, il Colombano / mi tracanno a piena mano.

Si parla chiaramente di Toscana, in cui il Trebbiano ancora sopravvive, il Colombano è uva da chicco per Vin Santo e del Buriano s’era persa ogni traccia fino al 2009.

Il Buriano era un famoso vino bianco prodotto a Pescia (PT) da un’uva chiamata Buriana o Burianese.

L’uva si trova citata nel Corriere Agrario Toscano vol. 5, la si rappresenta come piccola uva bianca (molto dolce) ed è citata anche dal De Crescenzio. Insomma un’uva che ebbe un’identità geografica di una qualche distinzione per un vino chiamato Buriano di Pescia.

Dicevo che nel 2009 questo vino è riapparso nella Fattoria Michi di Montecarlo. Le bottiglie prodotte furono pochissime, però il vino destò interesse e curiosità, piacque per un certo tono vegetaleggiante, per il suo nerbo un po’ scorbutico e per il suo non riuscire ad allinearsi con i concetti degustativi dominanti.

Infine eccomi a confrontare le due prime vere realizzazioni enologiche del Buriano, un Igt Toscana prodotto a Montecarlo di Lucca dalla Fattoria Michi.

Buriano 2010, alcool 12,8%
Veste luminosamente dorata. Intensa è l’espressione di erbe aromatiche, di mandorla e di noce fresca, di pesca di vigna e di biancospino: tutti profumi “ruspanti”. Il finale sembra offrire un incrocio olfattivo tra minerale e vegetale, tipo alga marina.

Ha ancora un’acidità citrina molto gradevole, tanto da creare anche una tensione tattile.  È decisamente sapido e l’alcool viene relegato nell’angolo di un sofferenza pseudocalorica; il finale di gusto è tutta una continuità agrumata molto piacevole e vibrante. La sua acidità secca le papille, nel senso che marca con forza l’assenza di zucchero e rende il vino nel suo complesso molto dry, per non dire “row”.

Buriano 2011, alcool 12,7%
Trasparente velatura paglierina con molti riflessi verdolini. Le proposte olfattive sono vegetali e citrine, si fondono e confondono nell’intensità: foglie e scorza di limone. A margine di un floreale amaricante emergono spunti di limoncella e lemongrass.

Al gusto l’alcool riesce a imporre una gran parte del proprio calore, il vino si fa meno pimpante in freschezza e anche la sapidità ne risulta affievolita. Le morbidezze riescono a tessere un arabesco tattile in cui le durezze si inseriscono molto timidamente; il finale è simpaticamente espresso in un ricordo di erbe aromatiche fresche.

 

Questo è il Buriano, 100% Buriana o Burianese, antica uva pesciatina che molto abitò nelle colline a vigna del colle di  Montecarlo e che qui è rinata per volontà della Famiglia Carrara di Pistoia. A detta del Presidente del Consorzio del Vino di Montecarlo, Gino Carmignani, poter degustare questo vino è un’emozione, è ritrovare un passato molto luminoso per il territorio, è una certificazione d’autenticità vitivinicola.

Si tratta di un vino dalle pretese agresti, che non significa insignificante, anzi! In questo mondo di biodinamici, un’uva come questa andrebbe salvaguardata, perché, chissà, che non possa calcare i fasti del non lontano Timorasso; e che questo Buriano faccia un po’ di “buriana”, cioè crei un po’ di scompiglio nell’aplomb tostato e codificato delle bianche nobildonne di una forzata barrique. Tutto ciò non può che essere motivo di amichevole dibattito organolettico.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)