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martedì 23 gennaio 2018 09:01:00

Di vigneti sull’Etna ne aveva già parlato Teocrito, poeta greco di Sicilia, nel III secolo a.C. Poi il frate domenicano Tommaso Fazello (1498 - 1570), storico e teologo, seguìto, nel XVIII secolo, da Giovanni Attilio Arnolfini (1733 – 1791), stimato idrologo e scrittore lucchese. Fu Carlo Nicolosi Asmundo, negli anni Cinquanta, a dare statuto di dignità al vitigno, imbottigliando in bordolese il futuro Etna rosso. Riconosciuta come DOC nel 1968, la denominazione Etna quest’anno compie cinquant’anni, e fa parlare come mai prima. 

Nell’ultimo quindicennio un insperato successo ha già trasformato i venti comuni della “Muntagna” in un mosaico di cantine e vigneti, e un consorzio incerto in una macchina da più di cento soci, tra cui il piemontese Angelo Gaja, socio dell’etneo Alberto Graci nella promettente zona di Biancavilla. È bruciante la sete di Etna: per placarla Riedel gli ha già dedicato un bicchiere, mentre un giovane enologo, Rosario Raciti, ha rivolto le proprie attenzioni alla minnella, vitigno a bacca bianca dimenticato, come un cavillo, tra le righe del disciplinare. 

Un disciplinare la cui ultima grande riforma risale al 2011: la versione spumante da allora ha fatto il botto, la tipologia riserva è stata ammessa senza condizioni e il nerello cappuccio è libero dal coniugio col mascalese. Una oceanica folla di menzioni geografiche aggiuntive ha poi regalato altre otto pagine al disciplinare: 127 contrade da cui si spera, in futuro, possano anche emergere le singole peculiarità organolettiche dei vini.
Oggi, nelle assemblee del Consorzio di Tutela dei Vini dell'Etna, è l’ampliamento dei terreni compresi nella denominazione a tenere banco: frutto di investimenti di acquirenti degli ultimi anni, sono molti i lotti intorno al vulcano attualmente messi a vigneto ma non compresi all’interno della denominazione. Durante una delle ultime riunioni del 2017, le proposte di rinnovamento del disciplinare in senso geografico sono state il punto più duro da affrontare: l'angoscia della quantità qui brucia più della lava. 

Dentro l’Alamo di quei mille ettari benedetti dal disciplinare, i produttori si stringono a coorte; una reazione, almeno in parte, simile a quella di Beppe Rinaldi sul Barolo. I nuovi arrivati, al contrario, premono forte attorno ai confini. Promuovere l'Etna a DOCG, e cedere la DOC alle zone attualmente escluse; allargare in senso orizzontale l'attuale territorio della denominazione; oltrepassare l'altitudine limite di mille metri per il versante Nord: le proposte di espansione, dichiarate o ruminate in silenzio, si sprecano. Improbabile, in ogni caso, che tra quei paesini qualcuno senta intonare il Degüello della battaglia: non ci saranno guerre, né spargimenti di sangue né annessioni al contrario: le storiche linee di confine rimarranno con ogni probabilità le stesse. Forse, per i messicani dell’Etna, una denominazione di consolazione: la chiamerebbero Mongibello, il nome dato dagli arabi al vulcano, e comprenderebbe la parte di territorio non tutelata dallo storico disciplinare. Ipotesi, certo, tutta da discutere, a partire da quel nome: troppo locale, forse, per un pubblico internazionale la cui lingua già si intorcina appresso a denominazioni italiane più note. 

Gherardo Fabretti

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)