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venerdì 15 luglio 2016 14:00:00

Noi siamo molto affascinati dalla storia dell’Inghilterra, e i personaggi che hanno contribuito a costruire quella storiografia sono indubbiamente portatori di valori utili alla conoscenza delle mescolanze culturali e umane dell’Europa tutta. Però siamo anche affascinati da altre storie europee, non meno intrise di interessanti concetti culturalmente raffinati come quelli di Spagna e di Francia. Se poi ci focalizziamo sull’Italia, beh, non c’è ne è per nessuno.

L’essere all’avanguardia in qualcosa non significa necessariamente avere la predisposizione a esserlo sul “di tutto di più”, e se in ciò volessimo includere arte e letteratura la bilancia non penderebbe esclusivamente verso quell’Isola. Però noi siamo gente di vino, per cui i contorni sopra citati non sono in grado di dare valore assoluto alla potenziale qualità di quel liquido, e non è che accostandolo a Dante Alighieri, piuttosto che a Shakespeare, Voltaire o Miguel de Cervantes ne vengano esaltate e garantite le eccellenze. Siamo peraltro convinti che per diventare delle eccellenze bisogna attraversare delle ere enologiche, anche perché la semplice tecnica non assicura le certezze di raggiungere una meta.

Nell’osservare il passato c’è un’eco ben udibile nel potenziale del vino, e quell’eco è costruito tra nazioni come Spagna, Italia, Francia, e qualche altro luogo di attinenza mediterranea. Il nord freddo e piovoso ben poco poté fare per ergersi a quei picchi enologici. Se quel che c’era non dà garanzia, quel che climatologicamente sarà potrà esserlo? Eccoci alla vexata quaestio enologica di questo ultimo quinquennio, soltanto che invece di restare ancora sul discusso non risolto, sembra si sia già spostata sul certo e definito, e come avrete intuito stiamo disquisendo sul vino dell’Inghilterra.

Così titolava provocatoriamente the Indipendent: perché la Britannia potrebbe prestissimo produrre vini migliori della Francia? Così enfatizzato (escluso il potrebbe) già si certifica che il successo sarà assicurato. A questo punto bisogna che qualcuno, lassù, si decida a dire le cose come stanno, e non a farsi prendere da facili entusiasmi, semplicemente perché quel sottosuolo è uguale a quello del bacino parigino, che quel gesso odora come quello di Cormicy, che quel vento è uguale a quello della Valle della Marne (a proposito quel vento non è necessariamente uguale),  e che i vitigni hanno lo stesso nome.

Un po’ di confusione autarchica aleggia nel divenire di questa mediaticità, che nasconde delle rivalse ataviche per astinenze enologicamente produttive, al pari di una filosofia culinaria che non avvantaggiava canoni di elegiaca raffinatezza, ma di succulenta sostanziosità. Abbiamo degustato i vini del Sussex, quelli del Kent e quelli dell’Hampshire; e anche quelli del Surrey e di qualcosa nel Galles, e di certo vorremmo anche noi continentali dire la nostra su quei prodotti, ponendo perlomeno le nostre analisi sul piatto opposto della bilancia che loro usano per raccontarlo. Perché ci ricordiamo quando quelle descrizioni di oltremanica vibravano nel cartaceo e scuotevano le coscienze della gente del vino. Adesso vorremmo avere quella pluralità di analisi sui loro prodotti, e non ci accontenteremo di mettere alla fine delle frasi qualche punto interrogativo, di certo non ci porremmo dal lato del dubitare, ma quantomeno vorremmo evitare che certi soggetti dell’informazione cavalchino l’intelligente napoletanità di “ogni scarrafone è bello a mamma soja”. Se non valeva per noi, non può valere per loro.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)