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lunedì 23 dicembre 2013 16:30:00

di Roberto Bellini  

 

L’abbigliamento della bottiglia dello Champagne M. Maillart è quasi regale, forse un po’ pesantuccio, però in linea con una certa atavica pomposità sparnaciana a cui non siamo mai riusciti ad abituarci. Però vista da qualche metro, per esempio sullo scaffale, produce un buon effetto ottico.

M. Maillart Brut 1995 ha in etichetta un’informazione essenziale per articolare un’indagine organolettica accurata, ha l’indicazione Écueil 1er cru.

Écueil è un piccolissimo villaggio, appena 320 abitanti, le sue vigne sono piazzate nella faccia marina della Champagne, quella dove c’è il gesso con micraster.

Écueil lo si inquadra nella regione della Montagna e della Valle di Reims, ma il suo terroir è assegnabile alla zona di Vesle & Ardre.

L’estensione dei vigneti è di 138 ha, di cui 79% Pinot noir, 12% Meunier e 9% Chardonnay.

Gli enologi addetti all’assemblage affermano che l’uso dei vini prodotti nel terroir di Écueil è prezioso, perché il vino fermo ha meno asperità in asprezza, per cui la sua acidità è “grassa e sapida”, nel senso che dà un effetto saporifero di frutta tropicale, anziché di ruspante e rustico, seppur irrinunciabile, agrumato.

Per cui di fronte a questo M. Maillart 1er cru del millesimo 1995 la curiosità e l’attesa è stata massima.

In primis le uve: Pinot noir 65%, Chardonnay 35%. Fino qui niente di trascendentale, ben in linea con una versione enologica che forse predilige uno spunto di potenza fiorettata dall’eleganza. Il mix del vino base è espressione di parziale lavorazione in acciaio e di barrique, segue il tirage e un’autolisi di quindici anni. È poi sboccato manualmente e resta in vetro per quasi tre mesi prima di essere posto in commercio. Questo 1995 è stato sboccato nel mese di aprile 2012.

Il suo giallo dorato è luccicante, però è giallo dorato, di già! Anche i miei codegustatori sono restati sorpresi per il troppo dorato e per la mousse che tende a smorzarsi nel liquido, al che son dovuto intervenire chiarendo che ciò non è negativo, anzi in linea con lo stile produttivo.

La fragranza olfattiva è un pasticcio di pasticceria: pan di spagna, pan brioche, crema di albicocca, pesche sciroppate, mele fritte con miele. Il floreale è già miele e propoli. Si crea anche un effetto odoroso di tisana.

Gusto decisamente troppo spumoso, nel senso che non viene reso partecipe il diossido di carbonio nell’apporto di saporosità, infatti non riesce a sostenere in modo adeguato la delicata freschezza e l’attesa sapidità.

Sembra afflosciarsi, addormentarsi in una liquidità con poca voluminosità e una soffusa sciropposità che si allunga in un desueto binomio morbido/burroso. L’impatto al palato indirizza la conclusione dell’indagine gusto olfattiva a pensare a un prodotto, sì valido, ma che non s’è appropriato degli apporti organolettici di una lunga autolisi, anzi sembra che questa autolisi sia andata oltre il progettato o il presumibile.

Quando si dialoga con i custodi delle tradizioni enologiche dello Champagne, sono in molti ad affermare che il tempo di autolisi non è un’applicazione matematicamente applicabile a tutti i vini, lo è invece – anche se parziale – la resistenza temporale dopo la sboccatura in rapporto a quel tempo sur lies.

In questo M. Maillart 1995 qualche dubbio sorge pur valutando la particolarità qualitativa dello stile, il lignaggio della categoria e del modello. Non mi convince in toto che il vino sia in grado di resistere a lungo in vetro, non mi convince che trovi un pieno appeal nell’attuale linea gustativa del mercato italiano. Riconosco che è una pregevole espressione tipologica, ma la proiezione ossidativa sta già sfuggendo dal controllo della fragranza, forse a forza di difendere la zona autolisi s’è innescato un contropiede di iper evoluzione e nel tentativo di controllarlo all’ultimo istante sembra abbia prodotto un quasi autogol: sembra!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)