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giovedì 18 aprile 2013 16:45:00

di Roberto Bellini 

Il Pinot Meunier, familiarmente chiamato semplicemente Meunier, è un vitigno a bacca scura usato maggioritariamente nella formulazione delle cuvée champenoise. È il meno pregiato rispetto agli altri due moschettieri, il Pinot Noir e lo Chardonnay. Deve il proprio nome da fatto che la parte inferiore della foglia si colora di una bianco farinoso, per cui si potrebbe dire che è il Pinot del mugnaio.

L’uva germoglia tardi e matura prima delle altre uve e diventa una specie di riparo naturale in caso di vendemmie problematiche. Il Meunier matura prima del Noir per cui diventa un complemento ideale per rendere soffici le cuvée non vintage. Comunque a detta di tutti il Pinot Meunier non invecchia bene, per cui nel tempo compromette la stabilità dello Champagne, infatti è spesso trascurato nella creazione dei millesimati e delle cuvée de prestige. C’è però un dato di fatto da tenere presente, e questo glielo riconoscono tutti, e cioè che ha un livello di acidità leggermente superiore a quello del Pinot noir e un contenuto di pigmenti coloranti inferiore. Si potrebbe dire che è una specie di toccasana per armonizzare la cuvée dell’assemblage champenoise.

Alla luce di questa esposizione si evince che questo Meunier lo si debba sconsigliare se si vogliono ottenere Champagne da lasciare affinare in bottiglie, e il suo uso come millesimato sembrerebbe un rischio da evitare.

Come dice il proverbio: l’eccezione conferma la regola. Però quando l’eccezione è troppo contrastante con la regola, forse è la regola che conferma l’eccezione.

Mi riferisco chiaramente a un’esperienza più volte ripetuta sull’assaggio del Pinot Meunier in purezza, e per di più millesimato e, giusto per non farmi mancare niente per complicarmi la regola, o forse l’eccezione, il millesimo è addirittura un 1985. Si tratta di Héritage 1985, 100% Meunier della Maison J. de Telmont, avventurosamente e fortunosamente degustato durante l’École de Champagne a Udine. Il vino all’epoca fu lavorato tutto in acciaio, dopo la presa di spuma la sua permanenza sui lieviti è durata fino a ottobre 2010.

Il colore è lucidissimo, di una tonalità rosata da emozionarsi, una pelle liscia e ramata, compatta, quasi color cipria.

L’olfatto diventa un’offerta odorosa da manuale, e prima ancora di scendere nei particolari, mi tornano in mente le parole di Bruno Paillard riferite alla vita dello Champagne, dalla sboccatura e non solo.

La vita olfattiva dello Champagne è scandita da passaggi alquanto definiti. Ci sono cinque stadi d’età: fruttato, floreale, speziato, tostato e ampiezza. Questi passaggi sono espressi con nettezza dopo il dégorgement, però anche una lunga autolisi può concretizzare queste fusioni d’ampiezza terziaria, quando le gli enzimi rilasciati dai lieviti esausti non trattengono più l’ossidazione.

Héritage 1985 J. de Telmont conferma in pieno la segmentazione della vita olfattiva espressa da Paillard e si manifesta con un cuore odoroso dalla vita tostata, come pan brioche tostato e marmellata di agrumi, un gran profumo di pasticceria, di biscotti al burro con gelatina di frutta rossa, di frutta candita, di miele, di pan di zenzero, di cardamomo. Insomma un compiuto mix  che include tratti di profumi secondari, con segmenti più brevi di toni terziari e vaghi ricordi odorosi di una giovinezza primigenia.

Da degustatore di Champagne so benissimo che esistono gli Champagne “morbidi”, per via di quell’alchimia equilibrista che passa attraverso la fusione acido/sapida con punta finale di dominante salina congiunta a un effetto cremoso, al gusto tattile di omogeneizzato che spunta immancabilmente quando la corrispondenza olfattivo/gustativa costruisce un flavor al sapore/odore di marmellata e di frutta candita, o ancora di pasticceria e bon bon inglesi.

Héritage 1985 ha una fusione  acido/sapida al flavor di mandarancio, di chicco di melograno, di pesca nettarina, di pomo giapponese: il suo gusto è un mix maturato al pari del mix olfattivo. Non si può dire che abbia ampiezza gustativa, intesa come opulenza, ma ha una lunghezza e una linearità fresco/sapida ancora capace di creare delle vibrazioni, delle tensioni alle papille gustative senza essere aiutata dalla CO2, ma solo dall’effetto pseudo termico.

L’effetto del volume gassoso è sottilissimo, quasi da sembrare oleoso, un olio che però non rilascia quelle calde soffici tattilità d’un massaggio rilassante; il massaggio di Heritage 1985 è ravvivante, per via di quella freschezza fruttata che il Meunier con la sua acidità riesce ancora a costruire. Sorprendente!

L’aroma di bocca è, consentitemi  l’uso improprio di una parola, “sacrale”.  I retro aromi invece che allungarsi nel ricordo, scivolano come presenza, creando un estroverso effetto aromatico rinfrescante. La corrispondenza olfattiva (diretta e indiretta) è perfetta, c’è quella continuità tanto declamata da Peyneaud, che se conseguita simboleggia a pieno l’eccellenza.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)