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venerdì 17 gennaio 2014 12:30:00

Siamo convinti che non siano molti i vini con nomi molto complicati da pronunciare, e Irouléguy potrebbe competere per il primato.

Già nella cerchia di un qualche primato di sicuro è residente, se non altro per essere una delle  più piccole AOC (AOP) e poco conosciute di Francia.

Siamo nella parte Basca della Francia, nella Bassa Navarra, e i 220 ha di vigneti offrono vini fermi in versione bianca, rosato e rosso, tutti a gusto secco. Il territorio è quasi di montagna, con ciuffi di foreste sparsi dappertutto, un clima va dell’estremo caldo all’estremo freddo, che poi diventa un microclima in queste colline che fanno da contorno ai Pirenei.

Irouléguy ha vigne dedicate al rosso, quasi il 65%, segue il rosato con il 25%, e chiude il bianco al 10%.

Ed è proprio dell’Irouléguy bianco il racconto d’oggi.

È un bianco molto particolare, non tanto perché fatto con uve veramente autoctone come il Gros Manseng, Petit Manseng e Courbu; non solo perché le tre uve sembrano completarsi al meglio nel mixing, perché il Gros apporta acidità, il Petit cede un flavor di frutta matura, di complessità e di morbidezza, mentre il Courbu (il vitigno più vecchio) abbinato fruttato e alcool.

Il nome poi è di una stranezza unica: Herri Mina. Si tratta di un nome basco il cui significato è “nostalgia”.

L’Irouléguy Herri Mina è prodotto da un vignaiolo di nome Jean Claude Berrouet, e nominare questo spiega moltissimo.

Berrouet è un winemaker d’eccellenza, ha lavorato, tanto per dirne una a Château Pétrus, e questo crediamo sia un biglietto da visita di tutto rispetto. Poi Berrouet è di origini basche, nel comprare vigna nella sua terra natia, ha voluto ritrovare le proprie radici, che con tanta nostalgia aveva lasciato: ecco spiegato anche il perché del nome del vino “Herri Mina” = nostalgia per la propria terra.

Ma bando alle ciance. Com’è il vino?

Si parte da una lavorazione tutta acciaio, la sosta sulle fecce fini si prolunga fino a marzo, poi si passa all’imbottigliamento. Quindi vuol essere il vino dell’immediatezza, il vino che tira fuori la purezza delle uve, che succhia la linfa dal suolo argilloso e calcareo.

La veste paglierina è brillante e luminosa, come si conviene a un tutto acciaio. Ha una fragranza molto vigorosa, che raccoglie un’intensa espressione di fiori bianchi e di lime, di kiwi e di erbetta fresca. Il liquido inonda il palato con fresca sapidità, si combinano vari sapori, come una spremuta di mela renetta, di ciliegie bianche, di susina gialla (goccia d’oro). La parte dura del gusto è vibrante, crea una tensione acidula che resta in equilibrio con alcool e morbidezza; ben incisiva è la parte finale del gusto, con corrispondenza gusto olfattiva in piena armonia e un grazioso tocco finale di mandorla bianca.

È un vino da crudités, da carpacci di pesce, da insalata di mare.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)