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Il vino va in fumo

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venerdì 19 luglio 2013 15:15:00

C’era un volta il paese di Bengodi, lo racconta anche il Boccaccio nella III novella dell’VIII giornata del Decamerone, dove l’abbondanza e la serenità imperavano e addirittura vi correva un fiumicel di Vernaccia. Prima ancora si parla invece del Paese di Cuccagna, siamo alla fine del quattrocento e Alessandro da Siena e Bartolamaio descrivono  il luogo come ricco di meraviglie del palato e di piaceri differenti.

Questo diventa il trionfo de’ poltroni, che s’affrettano ad affermare: deh poveretti, non stemo più a stentar.

Il paese di Bengodi e di Cuccagna in fatto di vino è fissato nell’immaginario planetario negli USA. Questo pensarono i manager della Treasury Wine Estates nel pianificare prima, e organizzare poi, la commercializzazione di vino a basso presso negli States, anche bulk wine: appunto per non stare più a stentar.

Si trattava di mettere in circolo dei vini dalla beva breve/veloce, che dovevano fluire sul mercato costantemente, incapaci quindi di resistere a lunghi stoccaggi.

Gli USA, che sono una fusione di Bengodi e Cuccagna, o così lo pensavano gli australiani della TWE, erano in  grado, potenzialmente, di accogliere questa marea di vino; poi un po’ la crisi, un po’ il rafforzamento della moneta australiana, il dato finale che è emerso in questi ultimi mesi (Wall Street Journal) è che si trova sul mercato statunitense (dai distributori) un quantitativo di vino così elevato che è impossibile venderlo prima che passi la fase ottimale di beva. Scatta quindi l’allarme: che fare? Due le strade: rivendere velocemente lo stock o distruggere tutto, mandando in fumo baracca e burattini, mentre per i vini non imbottigliati la scappatoia sarà la distillazione.

Lo scorso 17 luglio è arrivato l’annuncio: il surplus sarà distrutto. Il costo della dolorosa operazione è stimato in 26 milioni di euro, a cui va aggiunto un intervento di ribasso generalizzato dei prezzi per il quantitativo ancora nei depositi, stimato in 30 milioni di euro, per evitare di trovarsi tra qualche anno nella medesima critica condizione.

Questo, a detta degli esperti di marketing e degli stessi australiani, è indice della progressiva banalizzazione del vino a forte regime competitivo dell’Australia, e non solo; per alcuni ormai è stato considerato un errore puntare su questa forte penetrazione del mercato, non tenendo conto dei mutevoli indirizzi di beva a cui il consumatore americano poteva andare incontro, non ultimo la perdita di appeal del White Zin a favore del Moscato: stesso gusto dolce, ma diverso impatto di immediatezza aromatica. Infine c’è stato l’attacco dei vini del Cile, dell’Argentina e del Sud Africa a complicare definitivamente la situazione.

Attenzione però, la compagnia TWE non è intenzionata a fare retromarcia. Essa ha nel suo sacco brand strategici, come Greg Norman Estates, Pepperjack, Stags’ Leap Winery, Wynns Coonavarra Estate, Castello di Gabbiano, Penfolds e Beringer; per cui nonostante un minor volume di affari, stimato per il 2014 in 115 milioni di euro, è sua intenzione di valorizzare ed espandere i brand dell’eccellenza, da Penfolds e Beringer, da Stags’ Leap a Wynns, anche negli States, visto che il gusto complessivo dell’America sembra essere diretto verso qualcosa di un po’ più costoso.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)

https://aisitalia.it/il-vino-va-in-fumo.aspx