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giovedì 22 maggio 2014 15:00:00

Un ente della Côtes du Rhône Wines ha commissionato un’indagine in Inghilterra, presumibilmente a Londra, per individuare alcune motivazioni che indirizzano certe scelte nel vino da “bere” in situazioni collegate alla semplice quotidianità.

Lo studio riporta che nove uomini su dieci vorrebbero bere una bottiglia di vino strano, cioè non conosciuto, nell’ambito del loro privato. Solo uno su quattro lo vorrebbe bere, dopo averlo scelto, in compagnia degli amici.

A questo punto ci chiediamo quale sia il senso dell’indagine/studio commissionata. Giusto per chiarire l’intenzione giornalistica, il dato di fondo di questa diversificazione logistica di beva si sviluppa intorno alla paura che sbagliando la scelta si possa creare ilarità negativa o passare per ridicoli.

Lo studio evidenzia che una gran parte degli inglesi intervistati (1500) affermano che preferiscono sorbire un bicchiere di vino nella loro privacy, mentre se si trovano nella situazione di confrontabilità con altri preferiscono indirizzarsi verso una beva che non incuriosisce per l’eventuale scelta, e con ciò si intende una pinta di birra, un distillato o una bevanda miscelata più meno alcolica. Per molti consumatori queste ultime scelte non comportano uno screening qualitativo di beva.

Il rovescio della medaglia è ancora più curioso perché evidenzia che il 25% degli uomini farebbe una scelta nel vino per impressionare positivamente l’ospite; dall’altra parte tre uomini su cinque affermano che non servirebbero un vino senza prima averne avuto una certezza di gradevolezza e/o di qualità condivisa con altri, magari amici e magari a casa.

C’è anche una piccola parentesi sulle scelte delle donne. Solo una su cinque userebbe il vino per creare uno spunto di colloquio (evidentemente hanno altre armi in dotazione, ndr), e comunque la scelta cadrebbe su un vino con un’accessibilità che vesta l’ospite.

Questa sintesi dello studio ci fa restare molto perplessi, soprattutto perché non comprendiamo, e forse è un nostro limite, perché dei produttori di vino si mettano nella condizione di ricevere delle stilettate psicologiche con fondamenti di non evidenti contropartite scientificamente statistici, anzi molto permeati nelle emozionalità dell’immediato vivere.

Noi non crediamo che questi studi siano in grado di portare vantaggi ai produttori della Valle del Rodano, né tantomeno agli altri, anzi notizie di questo tipo se sono lette da enofili in via di affiliazione degustativa, oppure di primo alcool (cioè consumatori alle prime esperienze sul vino), rischiano di porre una barriera, di alzare l’asticella del barrage tra il vino e le altre bevande.

Diamo al vino quel che è del vino o di vino (scimmiottando chiaramente Cesare) e lasciamo ai discorsi l’essenza degli stessi, quel gossip inutile e infruttuoso che anima le periferie della mediaticità enoica non aprirà nuove porte, semmai creerà nuova diffidenza.

AIS Staff Writer

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)