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venerdì 20 maggio 2016 16:00:00

Abbiamo letto con curiosa attenzione un articolo di Jeannie Cho Lee su forbes.com (Forbes/Asia). Nel fare un resoconto della penetrazione di mercato in Hong Kong e in Cina  mette in evidenza che l’Italia è scivolata al sesto posto in fatto di import, e sta dietro a Francia (e questo passi) ma anche ad Australia, USA, Cile e Spagna (e anche quest’ultima può essere, ma gli altri?). I numeri italiani non sono diminuiti e la percentuale della torta che è diventata più piccola. Secondo l’autore gli italiani vendono il loro vino in tutti i ristoranti italiani presenti nei due stati, e ce ne sono tanti in Hong Kong, Guangzhou, Pechino e Shanghai, e non si impegnano negli altri.

Le altre nazioni del vino non hanno ristoranti da accudire (salvo qualche francese), per cui si inventano una via di vendita ad ampio raggio.

La cosa che fa molto riflettere è anche la presenza di sommelier italiani, molto più numerosi dei francesi, e nemmeno ciò ha prodotto un salto in classifica. C’è un pericolo in tutto questo? La domanda non è immune da trabocchetti e la risposta rischia di spostarci in un campo minato. Il fatto di monopolizzare le carte dei vini nei nostri ristoranti, da una parte è uno stato di protezione, ma non aggredire il mercato culinario limerà ancor di più pezzetto di torta che oggi ci mangiamo, non perché la torta finisce, la torta si sta allargando a dismisura e la nostra porzione rischia sempre di avere lo stesso peso.

C’è anche un altro aspetto da considerare. Restare chiusi nel panorama delle carte dei vini dei locali italiani farà credere ai consumatori locali che i nostri vini appartengono solo alla nostra cucina e ai nostri sapori: questo non dovrà accadere.

Da parte nostra abbiamo coltivato la cultura di un sommelier orientale, orientato (scusate la ripetizione, ma fa molto pendant) verso un abbinamento a sapori grintosamente speziati, anche con scosse piccanti, insegnando loro (nei nostri corsi per sommelier) che moltissimi nostri vini hanno quell’equilibrio morbido e una lunghezza di bocca che non teme rivalità con i loro sapori. Il lavoro che abbiamo iniziato non raggiunge le masse, anche perché quelle masse sono spesso distratte e attratte da etichettature mediatiche, un aspetto che l’Italia del vino ha curato con relativa sufficienza, però tempo per risalire i gradini ce ne è, per ora invitiamo tutti a smettere di scivolare.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)