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venerdì 27 giugno 2014 15:30:00

Tra il XVIII e XIX secolo nella zona di Cantalpino visse un personaggio controverso e selvaggio rispondente al nome di Chafandín.

Al pari dei briganti italiani, dal Passator Cortese a Tribulzi, fino a quel brigantaggio conseguente all’unità d’Italia che nel meridione cavalcò l’onda di un disagio economico e sociale, tanto che i nomi dei quei “bandoleri” echeggiano ancor oggi come figure di mitologica aureola.

Nomi come Crocco (Carmine Donatelli) o Michele Caruso di Torremaggiore, oppure Luigi Alonzi – Il Chiavone – da Sora, sono uno spicchio dei tribolati passassi storici che completarono un’unione di popolazione, dopo quella dei territori.

Se il Passatore ebbe affinità con il Sangiovese di Romana, Tribulzi lo ebbe con il Morellino di Scansano, Crocco certamente con l’Aglianico del Vulture, Caruso con il Sansevero, mente Luigi Alonzi con il Taburno.

Sembra quasi si possa dire: non c’è bandito senza vino!

E Chafandín che c’entra? Chiaramente siamo in Spagna, su al nord e la sua affinità è con il Tinto Fino (Tempranillo), il suo fiume è il Duero. Fu un bandolero vero, assistito da una squadraccia di brutti ceffi e da un sotto capo soprannominato El Pollo, tanto che per qualche anno maramaldeggiò tra Valladolid e Béjar, lungo il sentiero chiamato Codonal.

Chafandín oggi è un vino: e che vino! Un Ribera del Duero il cui vigneto di 3 ha è a meno di 2 km da quello di Vega Sicilia, e questo lo decantano come un pregio per il loro terroir.

Abbiamo degustato il 2010 Chafandín Ribera del Duero da Tinto Fino al 100%. La produzione del 2010 è stata di 9.810 bottiglie, con gradazione alcolica al 14%: la sosta in barrique di legno francese è di 17 mesi. Il vino è prodotto e imbottigliato da Viñas del Jaro S.l.u. – a Finca del Quiñon,  Pesquera del Duero – Valladolid.

Il territorio è da qualche decennio completamente consacrato alla produzione di vini rossi (vino tinto) dalla straordinaria complessità olfattiva, da un’equilibrata espressione di eleganza tra uso del legno e combinazione del frutto da Tinto Fino, da uno stampo enologico che lascia maturare una potenza tannica succosa, una voluminosità liquida che produce una consistenza robusta e sapida, un allevamento in barrique che incupisce il colore granato, lo rende fitto, denso e compatto, con evidente componente antocianica ben fissata.

Chafandín 2010 Ribera del Duero è un vino che mentre scivola nel bevante muove un colore dalla consistenza cromatica inzuppata in una tonalità molto scura, in versione rubino (dark) buccia di ciliegia.

Esplosiva come la rosa di un tiro di schioppo è la potenza del corredo odoroso, ricamato da una miscellanea di ciliegia ferrovia, di ribes blu, di mora di gelso, di bacca di ginepro, con spezie che creano un coacervo dolce di vaniglia e chiodo di garofano. S’affaccia anche una rassicurante nota di viola e di peonia, mentre un avvolgente tostatura di black chocolate copre il paniere.

Il tannino s’arrampica in potenza, ma è un po’ soggiogato da una dolce legnosità dispettosa (speriamo che se la cavi). L’istante degustativo è però morbidamente succoso (tanto sapore di piccoli frutti scuri ben maturi) e marginalmente fresco; la nota balsamica (simil mentolata) spinge un cenno di sapidità e allarga il flavor nel primo tratto del finale di bocca, per poi chiuderlo con un finissimo spunto di anice stellato.

È un vino “da vetro”. È ancora in grado di progredire nei prossimi cinque anni, magari impegnandosi anche a svestirsi dell’odierna ombra di “legnosità”.

È un vino da accompagnare alla musica del Prof. Vecchioni.

«Ogni notte passa e getta un fiore a qualche porta, rosso come il sangue del suo cuore di una volta, poi galoppa via fino all’inganno dell’aurora». Il titolo? El Bandolero Stanco, naturalmente!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)