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lunedì 6 maggio 2013 15:30:00

Vin-LeFigaro.fr riporta uno studio di Lee Hanna, pubblicato nella rivista americana Proceedings of the National Academy of Sciences. L’autore fa un resoconto delle conseguenze del cambiamento climatico sul vigneto, che si ridurrà in numerose regioni tradizionalmente produttrici di vino, come il Bordeaux e la Valle del Rodano, ma anche la Toscana.

Le più danneggiate da questo cambiamento in atto dovrebbero essere il Cile, la California e l’Australia e le zone meridionali dell’Europa; tanto per avere un punto riferimento, l’autore afferma che la coltura della vigna in Europa si ridurrebbe del 68% da qui al 2050.

L’esito dello studio scaturisce dall’analisi di quattro differenti modelli scientifici tutti sviluppati nella verifica dei dati del riscaldamento climatico, che nel fare la media (68%), evidenza che in alcuni territori la riduzione sarà del 39%, mentre in altre si rischia l’86%. Per quanto concerne l’emissione di gas a effetto serra, anche se fosse ridotto considerevolmente in tempi medio-brevi, la ripercussione non positiva sulle terre viticole non si bloccherà.

Lee Hanna precisa che ciò aprirà nuove frontiere vitivinicole, per esempio nel nord dell’Europa, nell’America del Nord e in Nuova Zelanda.

Il dato ha destato sorpresa anche negli studiosi, che non si attendevano un risultato così tragicamente eclatante sul futuro climatico e sul suo effetto viticolo, che si sono anche chiesti se non fosse la scienza della finzione, però i dati che ne sono scaturiti hanno base scientifica alla data odierna.

I viticoltori di quelle terre a rischio hanno però la possibilità di rallentare questo processo, magari in attesa di uno stop al riscaldamento, piantando vigne più in alto o in zone più fresche, oppure coltivando vitigni più resistenti o ricorrendo a nuovi metodi di irrigazione.

I ricercatori si sono concentrati anche sulla Cina, nazione in cui l’aumento della produzione di vino è la più costante del mondo. Le terre in cui si sviluppa la nuova viticoltura sono già il prodotto dell’effetto del cambiamento climatico, perché i vigneti si situano principalmente in montagna, dove peraltro vivono i panda. Lee Hanna si preoccupa del fatto che l’incremento di quelle aree viticole porterà condizioni ambientali sfavorevoli a questi simpatici mammiferi, che già sono a rischio d’estinzione.

In Francia già si parla di dealcolizzazione, infatti è stato attivato un programma ANR (agenzia nazionale ricerche) e INRA chiamato “vini di qualità a tenore alcolico ridotto” (VDQA). I ricercatori stanno cercando di mettere a punto una tecnologia per dealcolizzare il vino. Il sistema sottrarrebbe una frazione di  acqua e di alcool dal vino, l’alcool di questa frazione verrebbe eliminato (in parte) e l’acqua di recupero, sempre di quella frazione, sarà di nuovo immessa nel vino. Questo sistema non altera le caratteristiche organolettiche e la percezione degli aromi e andrebbe incontro alla crescente domanda di quei consumatori che non tollerano più vini di alta gradazione.

Un altro intervento è previsto nella selezione della pianta. Si cerca di creare dei nuovi vitigni, capaci di produrre acini con minor tenore zuccherino e quindi con meno alcool finale nel vino. A ciò si combina anche la ricerca di selezionare vitigni resistenti all’arsura.

Insomma la corsa contro il tempo (caldo) è iniziata, speriamo però che l’intervento delle potenze economiche mondiali faccia una retromarcia decisa e aiutino a mantenere in vita, e in forma perfetta, quei vigneti che da millenni offrono vini d’eccellenza.

Non vorremmo che si arrivasse, anche con la vigna, al Save the Grape, o al Save the Zibibbo.

 

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