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giovedì 12 luglio 2012 15:45:00

di Roberto Bellini 

Fino poco tempo fa l’uva Tempranillo, vanto dell’enologia spagnola, era a tutti gli effetti un “esposto”, un trovatello, non avendo riferimenti certi sulla propria appartenenza in paternità.
Finalmente l’arcano si è dissolto grazie all’Istituto della Vite e del Vino, ICVV, della Rjoia e all’Instituto Madrileno di Ricerca e Sviluppo Rurale, Agrario e Alimentare, IMIDRA.
I ricercatori di questi istituti sono giunti all’identificazione, studio pubblicato a luglio 2012,  dei progenitori dell’uva Tempranillo: la più estesa della Spagna, il 20% della superficie totale.
L’analisi genetica ha permesso di identificare i padri del Tempranillo nelle uve Albillo Mayor e Benedicto.
L’Albillo Mayor, chiamato Turruntes nella Rioja, è un vitigno molto conosciuto soprattutto nella Conca del Duero, (però non va confuso con gli altri Albillo: come il Real de Gredos e quello di Villamalea ad Albacete). Il Benedicto è invece un quasi poco illustre sconosciuto, si trova con fatica nelle vigne di Aragón ed è anche difficile trovargli delle referenze in letteratura.
I ricercatori giungono infine alla definizione della data e del luogo di nascita: nel primo millennio nei dintorni della Valle dell’Ebro.
Il Tempranillo diventa a questo punto a tutti gli effetti, anche scientifici, un vitigno autoctono e quindi dà un lustro di tradizionale storiografia alle 56 denominazioni in cui si impiega in Spagna. Il lavoro è nato dalla volontà di preservare quei vitigni la cui coltivazione si è ridotta negli anni, (non è chiaramente il caso del Tempranillo), semmai di chi lo ha generato e quelle che lui stesso ha creato, come il Coloraíllo e la Moravia Dolce, conosciuta anche con il nome di Marufo o Brujidera.
Anche i 66 sinonimi del Tempranillo hanno acquisito ora un blasone, uve famose come Tinta del País, o Tinto Fino o ancora Tinto Aragones nella DO Ribera del Duero, oppure più sconosciute come Tinta de Toro a Zamora e Chichillana o Escobera a Badajoz, adesso possono camminare a foglia alta.
Il Tempranillo a questo punto si tuffa a rsitroso nella storia di Spagna, superando la prima menzione del 1765 di Valcárcel e quella del 1805 di Rojas Clemente e saluta felicemente l’intuizione di Garcia del los Salmones, che nel 1914 affermava che la sua patria fosse propria la Valle dell’Ebro.
Il Tempranillo è un’uva fina (direbbero in loco), prende il nome da temprano, perché a maturazione temprana, cioè precoce. Per molti anni fu ignorato fuori dai confini spagnoli, perché considerato vino rustico e  agrestino. Invece dagli anni ’90, grazie alla famiglia Gallo, quella della California, è stato sdoganato come vino di un certo interesse, soprattutto se allontanato dal contatto con il legno nuovo americano. Ha colore rosso cremisi, quindi luminoso, ha spunti odorosi di cuoio nuovo e fresca foglia di tabacco, il tutto miscelato e fuso nel fruttato. Il Tempranillo ama il contatto sia con il Cabernet Sauvignon che con la Garnacha,  con il Merlot e il Mazuelo (alias Carignano) e infine assorbe tutta la raffinatezza anche del Graciano (alias Monastell). Il Tempranillo assorbe da qui vitigni una speciale  linfa organolettica che può trasformarsi in raffinate espressioni di sapore e struttura.
Nella Rjoja  e nella Ribera del Duero trova la dimensione della propria eccellenza e nomi come Dominio de Pingus, Terreus, Rosa Cirsion, Paga Negralada, Vega Sicilia, Finca Allende, Artadi e Marqués de Riscal non sono di certo degli sconosciuti.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)