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venerdì 25 settembre 2015 16:00:00

Per i cinefili si tratta di un film del 1962 con la regia di Dino Risi: un esempio dell’Italietta, un po’ sbruffoncella e disordinata, semi pasticciona e un po’ scroccona, che stava assaporando il benessere prodotto dal boom economico presessantottino.

In questi mesi c’è invece in corso un altro bel sorpasso, quello ampelografico. Sulla corsia di sinistra sta sfrecciando la Cina con i sui 799.000 ettari di vigneto, la Francia se ne sta a 792, mentre la Spagna supera il milione. Per la cronaca l’Italia ne ha 690 e la Turchia ci insegue con 502.000.

In tempo di Expo Milano 2015, di globalizzazione, di mercati siderali, di decadenza dei consumi di vino, e di forzatura comparativa del vino con l’alcol, viene naturale una riflessione che fissi il vino nel ruolo che gli spetta, quello eno-geocentrico. A conti fatti il vino come bevanda s’attesta su una produzione (qualitativa) mondiale di oltre 200 milioni di ettolitri, di cui solo il 5,5% è prodotto dalla Cina; ciò non lo rende di certo geocentrico se comparato ad altre bevande, ma nel life style sì. Dove sta il trucco e dove potrebbe stare la paura?

Il fatto che l’estensione dei vigneti non si renda concreto con la produzione di vino non è un trucco, semplicemente è la constatazione che quasi tutta l’uva è destinata alla tavola o a diventare uva secca; per cui gli 11 milioni di ettolitri di vino dichiarati dalla Cina (fonte OIV) non sono sufficienti a soddisfare il bisogno di occidentalismo, di quello che alcuni economisti chiamano “capitalismo urbano”.

C’è poi un differenziale nell’approccio al vino in quella urbanizzazione enologica, ed è che quegli ettolitri cinesi sono espressione di vini da mercato, non da mercato del vino, per cui una domanda superiore all’offerta ha fatto proliferare un flusso di prodotto commercializzato in cisterne (bulk wine) ed etichettato nei modi più curiosi ed estemporanei possibili (vedi Great Wall – Grande Muraglia). Poiché non conosciamo quali siano le leggi cinesi che regolano la piantagione dei vigneti, potremmo però presupporre che se seguiranno quelle che hanno prodotto l’incremento del PIL, parlare di regole diventerebbe un puro eufemismo.

Ed è qui che potrebbe scattare la paura nel vecchio e nel nuovo mondo enologico, perché potrebbe accadere che la Cina trovi una via diversa rispetto ai due stampi enologici attualmente in essere: terroirist e antiterroiristi, varietal wines e geographical wines.

Il mercato attuale del bulk wine della Cina sta premiando i produttori non domestici e gli imbottigliatori interni, lasciando un certo scollegamento tra ciò che l’idea del vino dovrebbe presentare, cioè personalizzazione di territorio, oppure personalizzazione di vitigno/brand/territorio: vecchio mondo il primo, nuovo il secondo.

La Cina non sembra intenzionata a seguire queste filosofie, già una propria via aveva cercato di costruirsela veleggiando tra il lusco e il brusco con i fake wine, fortunatamente stoppati: resta comunque il fatto potrebbe scaturire una terza via.

Poiché non è del tutto sbagliato affermare che la Cina era nel mondo del vino fin dal 1892 a Changyu, e che furono quindi le problematicità demografiche e socio politiche di questo vastissimo territorio a non partorire altri figli viticolturali, combinando a ciò anche una parsimoniosa regolamentazione di accesso ai prodotti dell’occidente nell’era maoista; significa anche che la volontà di far vino potrebbe deflagrare all’improvviso.

Quando si sono accorti che c’era un po’ di torta anche per loro nell’imbandita tavola occidentale, la loro politica è cambiata, s’è fatta Wall Street e acquisto di debito pubblico, tassazione e regimentazione sociale, e hanno lasciato arrivare anche il vino, di certo in cambio di qualche minor aggravio anti dumping per qualcosa che loro esportano. Ma allora cosa fa paura? Diciamo che c’è il timore che questa espansione viticolturale si potrebbe trasformare da frutto a vino, e in assenza di aiuti per distillazione (impensabili in Cina), il mercato potrebbe allagarsi di una quantità inimmaginabile di vino a basso prezzo, e forse anche a bassa gradazione; un prodotto che sfiorerebbe il non-vino (come birra senza alcol), destinato a rappresentare non la bevanda che disseta la mente e coltiva l’emozione, ma qualcosa che disseta il pianeta. Speriamo di no!

Restiamo vigilanti, verrebbe da dire, ma di certo non potremmo erigere barricate se la marea eno-liquida della Cina dovesse presentarsi alle frontiere europee, dopo che per molti anni hanno accolto (seppur con limiti e restrizioni tassanti) il di tutto e il di più, costoso e non, della produzione di vino. Non sarà certo il segmento medio alto quello a essere intaccato per primo, il timore più grande si potrebbe affacciare nella zona scaffale della grande distribuzione, dove la forza penetrante scaturisce dal prezzo civetta e dall’effetto etichetta enfatizzante verso il nome del vitigno modaiolo di turno. C’è però anche un altro aspetto su cui riflettere, ed è quello che trasformerebbe il vino cinese in carburante per i brand delle grandi catene della distribuzione mondiale, vedi Costco, Tesco e Aldi, tanto per citarne alcuni, rischiando di spingere fuori dal mercato una filiera consolidatasi in anni di sacrifici e di lotte per la sopravvivenza, perché la GDA implica anche quello.

Vincenzo Comito ha intitolato il suo libro “La Cina è vicina?”, e nel punto interrogativo sembra starci molto di quello che vorremmo accadesse, incluso un incremento di consumo interno vicino a quello dei paesi occidentali, così da occidentalizzare (brutta parola, però efficace) un po’ lo stile di vita, distraendolo dall’orientaleggiare per attirarlo in un cerchio enogastronomico che veda un innalzamento culturale nei consumi, che ben si adatterebbe alla bevanda vino non di produzione interna, così da lasciare l’imminente produzione di vino domestico per quegli strati della società che oscilleranno tra resistente tradizione e anelante tentativo di scalare il prossimo gradino. Se si presentasse in questo modo il futuro eno-commerciale tra i vecchi produttori di vino e la Cina, tutte le tensioni e le inquietudini si scioglierebbero, i nodi non verrebbero al pettine e il vino continuerebbe, qualche volta, a odorare di sughero. Ultima riflessione: non ci saranno mica troppi se?

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)