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giovedì 3 ottobre 2013 17:15:00

L’uva Bombino bianco è davvero molto diffusa, e ciò sorprende un po’, al pari di tante altre che hanno pari fama ampelografica, e cioè al limite della sufficiente mediatica. Sorprende perché se ne sente parlare veramente poco.

Sembra provenire dalla Spagna, e ha acquisito dei nomignoli molto curiosi da quando ebbe una più che discreta diffusione a partire dagli anni 60. Famoso è quello che prende in Romagna: Pagadebit. Altrettando significativo è quello di Straccia cambiale. Questi nomi la dicono lunga sulla potenzialità qualitativa del vitigno, in realtà la sua versatilità può prevedere un vino molto neutro negli aromi, ben carico di acidità e poco saporito se la pianta la si lascia salire verso il sole e la si lascia produrre golosamente; se ne tratteniamo la vigoria e la mettiamo a dieta, qualche espressione interessante la può dare. Certo non ci si può attendere vini profondamente strutturati, minerali e sapidi, con un corredo olfattivo in cui abitano molte famiglie di profumi.

Ci siamo imbattuti in un vino 100% Bombino bianco, ottenuto all’interno della DOC Casteldelmonte, la vendemmia è 2012, gradazione 12% (e questo è già un bene).

Il vino è ottenuto da uve coltivate in zona San Magno, situata dentro il Parco Nazionale dell’Altra Murgia, l’Azienda è la Masseria San Magno.

L’azienda è di proprietà della Famiglia Casillo, ovvero di uno dei leader mondiali nella selezione, trasformazione e commercializzazione del grano duro.

Essersi gettata in questa avventura può essere considerato un coronamento simbolico  della riappropriazione di un cultura enologica, che si allontanasse dagli anni in cui la Puglia, e il Bombino bianco, rifornivano i serbatoi enologici di un nord Europa spento e avido dei colori e dei sapori di un sud amorfo e assonnato.

Dopo gli strattoni e gli scatti sui pedali del Primitivo, del Negroamaro e dell’Uva di Troia, forse il Bobino Bianco arriva a fagiolo.

È si vero un vino semplice, però la semplicità può disarmare i nasi e i palati di quei naviganti del vino che per anni hanno odorato e gustato le esplosioni della concentrazione a tutti i costi.

Dicevamo un vino semplicemente pugliese, anzi della Murgia, di questo altopiano carsico ricco di rocce aguzze calcaree che emanano un candore inimitabile e incantevole.

Il vino ha tutti i profumi del sud, secco, arido, caldo e asciutto. Un profumo di arbusti seccatisi al sole, di paleo, di pannocchia di granoturco già secca, di mandorla, di granaglie, di salvia. Non manca anche un ricordo minerale, carsico, roccioso. Non è un vino dal profumo raffinato, però espressivo, come lo erano certi approcci stilistici del primo primitivo Ligabue. Un vino che risente del suo essere bianco pugliese, ciò ritenuto – a torto – un anatroccolo non certo bello, anche se non di colore nero. Al palato manca di vivace freschezza, marca una frequenzialità amaricante, che trasforma anche lo spessore tattile in qualcosa di non pseudo dolce.

Dà l’idea di un vino fatto perché vino sia, senza ondeggiarsi in fronzoli, senza voler simbolizzare né l’essenza del suo essere, né il suo essere essenzialmente radicato nella rusticità e nella durezza della roccia carsica.

Sul collo della bottiglia c’è una bandierina di plastica, bianca e rossa, con scritto VINO LIBERO, in questo momento ci viene solo da pensare: libero da chi? Libero per chi? Libero dove? C’è un’associazione tra dodici produttori, ha anche il sito.

A proposito di libertà Giorgio Gaber, a cui solo per aver scritto Barbera e Champagne bisognerebbe fargli un monumento, così cantava: «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione».

Per ora noi partecipiamo, e non è poco.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)