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venerdì 21 agosto 2015 15:15:00

Il 30 luglio 2015, alle ore 12:27pm, ET, Will Lyons scrive su “wsj.com” un pezzo dal titolo “Why Piedmont is the new Burgundy” (“Perché il Piemonte è la nuova Borgogna”), e attenzione non è una domanda, bensì un’affermazione.

A parte corsi e ricorsi storici su cui potremmo disquisire in fatto di chi c’era prima e chi no, e sinceramente in questa occasione non ci interessa, siamo felicissimi di questo ulteriore riconoscimento worldwide-thinking del rosso da nebbiolo.

L’autore afferma (e noi condividiamo) che il nebbiolo possiede degli attributi in grado di fare vini fini, eleganti: grande bilanciamento tra zucchero, acidità, tannini e profumi, così come una potenzialità di affinarsi graziosamente per lunghi anni, tanto da affiancarsi ai vini del Bordeaux. La comparazione con il Bordeaux è solo per la resistenza al tempo, per lo stile e la cultura vitivinicola dei vignaioli il link è con la Borgogna. Il Piemonte ha qualcosa di speciale nel vino e qualcuno s’è sbilanciato nell’affermare che non c’è regione al mondo che può eccitare (enologicamente) come il Piemonte. Questo perché i vini da nebbiolo mantengono una loro particolare firma enologica. Hanno tutta l’attrazione fatale del pinot noir e possono odorare di tutto, dal petalo di rosa alle ciliegie e uno dei principali raffinati requisiti è che i tannini (sia in astringenza sia nell’amaricante) lasciano una sensazione di asciutto (dry) prodotta dal frutto e non dal legno, anche se provenienti da maturazione in legno. Il nebbiolo non perde mai il proprio senso di provenienza, e quel che è sorprendente riesce a comunicare con efficacia al degustatore il carattere del territorio in cui è stato coltivato. C’è la stessa espressione “Village” che si trova in Borgogna.

Un siffatto articolo lo vogliamo condividere, accompagnato dallo slogan “Nebbiolo più di Borgogna”.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)