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martedì 28 maggio 2013 11:15:00

di Roberto Bellini 

Beppe Fenoglio così descrive Neive: «La ragazza abitava a Neive, il grosso paese in fondo alla valle sovrastata da Mango, diviso in due borghi, il soprano dominante i truci scoscendimenti sul fiume Tanaro, il sottano dilagante dalla collina alle rotaie della ferrovia…»

Gli anni dell’esuberanza dorata, sia di giovanile inesperienza enoica che di avida volontà di conoscere s’imbatterono presto nel Vigneto Gallina del Parroco di Neive. Tanto era lo stupore ad abbinare Parroco e Barbaresco, in un connubio così eclatante che non ha mai trovato riscontri egualitari in Italia.

L’agglomerato di case di Neive divenne un’icona barbaresca (per Barbaresco) e non è mai stato possibile perderne traccia, cosa che è accaduta per tante meteore di quel boom enologico schizzato nell’olimpo per gli alloctoni.

Credo che il Nebbiolo stia al Piemonte e ai Langaroli come il cerchio sta alla botte, credo ancora che poche altre regioni vitivinicole d’Italia abbiano custodito il valore materiale e immateriale dei loro varietal, forse alcuni li hanno rinnovati, magari rivisitati, ma non contaminati con ammiccanti e seduttivi ceppi d’oltre regione.

Il Piemonte del vino non è un territorio facile, troppi sono i rivoli e i meandri; certi vignaioli hanno un’anima enologica antica che danno loro sembianze di ombre scure che si sciolgono tra i filari inghiottiti dalla nebbia.

Per conoscere il Piemonte del vino c’è assoluto bisogno di un maestro che ti ricordi che per imparare a scrivere non s’inizia con la macchina da scrivere (sic! Non esiste più).

Parlare con Fabio Gallo è un’occasione di cultura enologica langarola, a lui si può sottrare l’essenza dell’essere uno e trino con il vino piemontese, se poi si affianca Mauro Carosso, l’apoteosi degustativa può essere raggiunta in men che non si dica.

La prima occasione è un Tettineive Barbaresco 2001 di Scarpa.  Non nego un certo piacere nel lasciarmi sorprendere da un profumo mineralmente monumentale:  ruggine, terra rossa, pietra di massicciata di ferrovia, anzi di galleria, un terziario da manuale, una poesia floreale (fiori secchi), un tono di tabacco e una fornace di radica di pipa che ha accolto e bruciato pregiati tabacchi. Un profumo che certi navigati interpreti del fondamentalismo odoroso definirebbero a “coda di pavone”.  Nel palato il vino scivola e si allarga, danza sopra le papille gustative, le evita, sembra volare, poi atterra silenziosamente, non c’è tannino che stride, non c‘è acidità che punge, ma una combinazione di calda sapidità che lascia una scia di rilassata freschezza.

La seconda occasione è Bricchi di Castelrocchero Barbera d’Asti 1996 ancora dell’Antica Casa Vinicola Scarpa. Tinta cromatica di un granato purissimo. Sembra di respirare il boscoso odore dei noccioleti e dei profondi e ombrosi valloni dell’Albese, di quell’humus langarolo che fuma sotto la vanga, un sottobosco d’autunno con felci ormai secche, dove i lamponi raccolti sono stati trasformati in confettura, dove il tartufo ha ancora aroma terroso e sogna delle delicate spezie a onorarlo. Quando la freschezza si fa arte di sapore si parla di Barbera, quando la freschezza si fa modello di struttura si parla di Castelrocchero, quando la freschezza si fa gioco del tannino e diventa un amalgamato flusso sapido ferroso si parla di Scarpa.

Infine dalle Langhe al Monferrato per la Freisa Secca “La Selva di Moirano”, vendemmia 1999, di nuovo Antica Casa Vinicola Scarpa. Un dubbioso colore è contaminato da una limpidezza stanca, poi c’è tutto quello che si può, in meglio, del terziario, anzi del “bouquet”. Ha un profumo che miscela ad arte toni bordolesi con note borgognone e un fruttato estremo: fico rosso secco, prugna cotta e speziata, mostacciolo; poi carbonella, odore di focolare e caldo goudron in cui s’adagiano foglie di tabacco dolce. Il tannino è dantesco (la selva oscura non ci  incute il timore di perdere la speranza), si entra in una dimensione degustativa che niente ha a che vedere con il modernismo ellagico e le tostature dei legni le cui foreste sembrano più importanti del vino. Qui non c’è legno e tutto ciò che ha quel materiale esce dalla personalità della freisa, una birichinata irriverente al sapore fresco-tannico d’imperitura eleganza sabauda.

Degustare questi vini significa rigenerarsi olfatto e gusto, e palesa un rispetto nobile per il passato, abbinata da un’idea del presente e del futuro del vino, e accada quel che accada, lascerà intonsi molti di quei valori che hanno resistito fino ad ora.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)