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martedì 7 maggio 2013 17:00:00

Il vino del Cile sta cambiando pelle. I vini degustati nelle ultime annate non hanno più quel timbro cilenamericaggiante (stile yankee) che fece spiccare il volo all’enologia di questa particolare striscia di terra.

Il Cile è una nazione alquanto particolare in fatto di rapporto con la bevanda vino; se dovessimo partire da un dato di fatto certo, come quello dell’esportazione e del consumo interno, ci imbatteremo in risultati sorprendenti. La prima vera ondata dei vini rinnovatisi dall’uso antico dei vitigni spagnoli, quelli della prima generazione ampelografica risalente al  XVI secolo, si ebbe nella decade del 1980, quando si mise a profitto la seconda ondata di importazione di cultivar, questa volta dalla Francia, e in special modo Cabernet sauvignon e Carmenère. Il primo fulcro d’impianto si concentrò intorno alla capitale, Santiago, non perché ci fossero delle reali condizioni climatiche favorevoli, ma ciò fu favorito anche dai pessimi collegamenti stradali, e non, con le altre parti del paese.

Per una diecina di anni l’enologia cilena progettò una focalizzazione viticola molto mirata, non si interessò del consumo interno perché non era presente una tradizione di consumo del vino, soggiogato dal pisco e dalla birra, e se di vini si trattava erano di quello a basso prezzo, magari fatti con l’ibrida Païs arrivata dalle Canarie. Altra condizione sfavorevole allo sviluppo del consumo interno è riconducibile a una tradizione culinaria pressapochista.

Agli inizi del 1990 ecco sbocciare definitivamente il nuovo corso del vino cileno: un vino studiato e creato per catturare l’interesse della critica giornalistica degli USA. Si trattava di un vino dalla spalla palestrata, dall’impatto gustativo potente, concentrato nel colore e con densa consistenza visiva, elaborato da uve ben surmature, vinificato e affinato in botti di legno nuovo: molte barrique avevano una tostatura spinta. In fatto di applicazione tecnologica, quanto di meglio verso  la possibilità concentrare il liquido è stato provato.

I profumi erano decisamente vanigliati, dal fruttato sciroppato e marmellatoso, con note balsamiche ridondanti e un’accuratezza strutturale che creava un equilibrio gustativo che scivolava prontamente verso l’effetto alcolico e la morbidezza. Era un vino che riempiva il palato, accarezzandolo anche pesantemente, ma in quel finale di chewin gum, zuccheroso e fruttato, molti neo consumatori trovarono una facile gradevolezza.

Il successo di quegli anni lanciò il Cile al quinto gradino nella scala degli esportatori mondiali e fu un puntello significativo di quel modo di fare vino, che di lì a poco avrebbe concretizzato lo stile “varietalism”.

Fu il Carmenère ad accendere il faro del vino cileno. Esule dal Bordeaux dopo la fillossera, trovò nel clima semi-arido/arido del Cile le migliori condizioni per far maturare (anzi sovramaturare) a pieno le sue componenti fenoliche, allontanandosi da quella sensazione tannica, vegetale e amarognola che faceva imbestialire i vigneron della Gironda.

Ma il Carmenère non è un francese isolato, la pattuglia è numerosa e conta sia il Cabernet Sauvignon e il Merlot, mentre nel bianco al Sauvignon blanc si affianca lo Chardonnay.

Però il riposo un po’ troppo prolungato sui primi allori ha impedito un’analisi fredda dei mutamenti del mercato e l’insistenza per i vini pseudo inchiostrati ha rischiato di arrecare un danno grave alla produzione, anche perché in quegli anni del boom dell’export non si è verificato alcun boom interno.

Il vento caldo e morbido dei vini dall’intensissima tostatura di legno nuovo, dalla centrale offerta olfattiva di confettura, di sciroppo e di gelatina di frutta scura si sta arrestando, e non solo il Cile, per cui i vigneti sono andati via via cercando posizione più fresche, come Aconcagua e Casablanca, Curico e Maipo, oppure nella freschissima terra di Bio-Bio.

Adesso gli Chardonnay non sono più “legnosi”, ma tirano fuori freschezza e sapidità, un tono floreale e fruttato con punta minerale e sottofondo speziato.

Mentre nel rosso il Carmenère è in affanno quando si staziona in una dimensione di maturazione fenolica non surmatura, e non può nemmeno scivolare verso una sotto maturazione perché esploderebbe in vegetale e amarognolo. È il Cabernet sauvignon ora a brillare. Non c’è più la personalità tratta dall’uso della barrique, non c’è la spasmodica caccia alla concentrazione fenolica, si cerca la freschezza fruttata, l’offerta floreale, la dolcezza del vegetale, il ventaglio mentolato. Non più gusto morbido e opulento (quasi oleoso), ma tannino rigido e saporito, avvolgente e affievolito da un alcool ben dosato, ma con un equilibrio che non vuole forzatamente compiersi nell’immediato.

Il nuovo vino del Cile s’è quindi trasformato, ha cambiato pelle mantenendo l’ossatura delle cultivar, ma ha ancora un sassolino nella scarpa che non riesce a togliere: l’80% del suo consumo interno (che non è un gran che) è ancora, purtroppo, un piccolo vino da piccolo prezzo.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)