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mercoledì 14 novembre 2012 17:15:00

«Porto di mare che avvicini le genti. Il tuo molo mostra mitiche impronte. Le tue brezze narrano antiche leggende. Nel tuo mare i gabbiani inseguono velieri e memorie». Così è scritto nella pagine WEB del Comune di Marsala. Sicuramente i gabbiani seguivano le navi di J. Woodhouse stipate di barilotti di vino Marsala una volta staccatesi dal molo fatto costruire da lui nel 1816. Furono ancora i gabbiani l’11 maggio del 1860 a salutare lo sbarco di Garibaldi e dei suoi mille.

Le cronache raccontano che i vini di Marsala navigavano in carati, anzi quelle piccole botti erano chiamate barilotti, che poi erano i prodotti simbolo dei maestri artigiani del territorio marsalese.

Questa botticella, spesso di castagno proveniente dall’Irpinia, era un perfetto contenitore per il vino liquoroso, tanto che John Woodhouse nel suo Baglio aveva riservato ampi spazi di grandi baracche e tettoie dove i bottai costruivano le botticelle e i fusti in cui stivare il vino.

Quindi questo Marsala che viaggiava in botticelle era alquanto usuale, anzi nelle navi che salpavano per l’Inghilterra il contenitore più sicuro per il trasporto era considerato la botticella.

Ci fu anche un periodo di tempo, intorno alla fine degli anni ’70, in cui queste botticelle viaggiavano per l’Italia e quei ristoranti specializzati in cerimonie le acquistavano per servirle ai loro commensali più anziani, a coloro che ancora si ricordavano di cosa significasse “un bicchierino di Marsala”. Quello stesso Marsala che negli anni del boom economico italiano si fondeva con l’uovo e lo zucchero e creava un dessert d’una appetitosità lussuosa: lo zabaione. Fu questo confondersi con l’uovo che distrasse l’indirizzo enologico di taluni produttori, con quel Marsala all’uovo di indubbia inconsistenza qualitativa, tanto che produsse più oneri che onori. Comunque ritrovarsi di fronte a una botticella di Marsala, fatta con legno di castagno,  di una venticinquina di litri di contenuto, restata nascosta nella cantina del Ristorante Gli Alberi in quel di Carraia, nella Val di Marina di Calenzano, è cosa che commuove. La botticella aveva anche l’etichetta attaccata, si vede ancora nel legno la zona in cui aderiva, poi il tempo e l’umidità l’hanno completamente distrutta, l’unica cosa che è restato è il sigillo sopra il cocchiume. Non è possibile risalire con esattezza all’anno di produzione, cioè d’immissione nella botticella, però 35 anni sono più che certi. L’unica cosa certa è il sigillo verde che copriva il cocchiume della botticella, la scritta è quanto di più marsalese ci possa essere: Mirabella.

È un Marsala che macchia il vetro, viscoso come non ci si può immaginare, d’un colore scurissimo, mogano e ambra fusisi in un abbraccio mortale che rassomiglia al colore dei cerchi corrosi dal tempo che ingabbiamo le doghe. Il segno dell’età avanzata si vede sull’unghia, dove la parte incolore è molto visibile.

Ha profumi terziari non ancora ossidatisi, subito sciroppo di fichi, poi marmellata di fichi d’india, liquore al caffè, cioccolato fondente e finale di Sachertorte. Il vino che impatta sulle labbra sembra un unguento, è denso, dà un’idea di caldo, morbido e soffice, infatti le papille vengono accarezzate. Il Marsala vi si avviluppa in un bacio fatale, creando un effetto di dolcezza di rara e delicata intensità, perché tanto e tanto è il sapore salino che vi si scioglie dentro, come a voler recuperare un gusto di uva seccatasi al sole e di sorprendente freschezza. Immaginarselo con un cannolo è come sognare una spiaggia del Caribe mentre fuori sta gelando. Ma ancor di più sarebbe vederlo scorrere sopra due palle di gelato di crema, e prima di sorbirlo lasciare che l’idilliaco liquido, fortificato con alcool e fortificatosi nel legno, abbronzi completamente quel giallo dell’uovo che dà lucentezza alla crema stessa. Entrambi saranno cremosi, entrambi!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)