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martedì 10 settembre 2013 11:00:00

Credo fortemente che l’immagine del Marocco possa legarsi al film Casablanca, alle sue atmosfere sfumate e decadenti, ai flussi di rimpianti e di malinconie che il bianco e nero rafforza in ogni angolo di ripresa e nel volto dei protagonisti (Bogart e Bergmann).

Non c’è il Marocco  autoctono in questa pellicola, c’è l’idea di qualcosa che si sa che lo è ma non lo si fa percepire, perché l’asse portante del film sta tutto nel legame e nel contrasto, nel conflitto e nella sfida di tre mondi: Americano, Francese e Tedesco.

È un film in cui si beve e si fuma molto,  dove si alterna un forte spirit a un magico Champagne Cordon Rouge bevuto nelle coppe, e l’apice lo si raggiunge nel fatato finale in cui l’acqua di Vichy, una volta aperta e versata nel bicchiere, viene gettata nel cestino senza che sia stata bevuta.

Casablanca diventa il punto di partenza per raccontare il vino del Marocco, nei suoi dintorni i filari delle viti sfidano il sole cocente, frutto di una viticoltura sviluppata dai Francesi durante il loro protettorato (1912-1956). Per la Francia costituì un’ancora di salvezza quando nei suoi terroir irruppe la fillossera, oppure come ottimo elemento fortificante – e a buon mercato – per certe produzioni deboli in alcool oltre il 45° parallelo.

Il clima è caldo, non dannoso alla vite, semmai pericoloso per certe vie obbligate che prende il vino mentre fermenta, vedi alcool abbondante e rischio di perdita di apporto aromatico.

Eppure il Marocco produce 40 milioni di bottiglie di vino e, nonostante il divieto di vendita del vino ai mussulmani, l’85% ha un consumo interno.

Da qualche anno l’esportazione ha preso vigore, e si è incanalata a latere dei così detti nuovi vini internazionali.

Però nonostante la presenza di Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Merlot, Syrah e Sauvignon, che notoriamente potrebbero non dare il meglio in un clima super caldo, sembra che dia segnali di curiosa qualità l’uva Carignan, peraltro tra le più piantate insieme a Cinsault, Grenache e Alicante Bouchet.

In Marocco la capitale del vino è Meknes, qui la famiglia Zibner fa vino dal 1964 nel Domaine Rjad Jamil. A loro si deve la produzione da 100% Carignan, da viti di oltre 30 anni, del vino Beni M’tir AOG, con le vigne che alloggiano a 700 metri s.l.m.

Il 2009 ha una gradazione stranamente bassa, 12,5°,  e dire che la stessa uva nel Midi farebbe volare l’alcool a 14, 14,5°, per cui questo è sorprendentemente curioso.

Poi si scopre che è fatto con macerazione carbonica, si affina in legno, di cui un terzo nuovo: insomma ci sono molti elementi per destare interesse.

E interessante è anche il vino e il suo colore concentrato ma lucido che sfoggia una tinta rossa rubino. Ha profumi mediterranei: ciliegia scura, mora, mirtillo, garrigue, oliva nera secca e un po’ di dolce spezia. È indispensabile servirlo a 14°C per armonizzare un tannino un po’ secco con l’alcool e con la morbidezza, però il suo gusto è molto gradevole e il suo finale di bocca è alquanto lungo e fruttato.

Si può essere d’accordo con quei cultori del Carignan, che da un po’ di tempo affermano che sarà il Marocco a far uscire il Carignan da quella specie di anonimo impiego in uvaggio a cui lo hanno destinato i vignaioli di Francia e Spagna. Vedremo!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)