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martedì 23 dicembre 2014 15:30:00

Ooops, un vino del 1967! Un prodotto dalla discutibile aureola enologica per l’essenza della toscanità vinicola, anzi  vinsant-icola, perché è un poco mercanteggiabile vin santo liquoroso. Chissà quale indole enologica navigava in quell’anno molto problematico. Eravamo in piena guerra del Vietnam, segnata dalla disfatta americana del Mekong; finiva anche un certo romantico illusionismo rivoluzionario della parte “triste” dell’America, finiva con la morte di Ernesto Che Guevara. Finiva anche un elegante e geniale modo di fare comicità,  lo decretò la morte di Totò. Forse era il 29 settembre quando lo staff dei Conti Serristori raccolse le uve per fare questo Vin Santo, e forse la radio trasmetteva propria quella canzone, partorita dalla penna e dalle note di Mogol & Battisti.

A distanza di poco meno di cinquanta anni, tutto il racconto s’è disperso e confuso nei tanti ricordi, e forse per alcuni è parte di qualcosa di una storia scritta a macchina Remington.

Quindi immaginarsi di fronte a un Vin Santo Liquoroso Vintage 1967 dei Conti Serristori (oggi Gruppo Italiano Vini), è un impatto reale che indietreggia in momenti degustativi senza tempo e senza traccia: un vero salto del buio enologico. In primis perché il discorso “liquoroso”, oggi è preso con pinze e bisturi, guanti di lattice e mugugni, eppure non c’è niente di male, anche in senso enologico, a fortificare un vino. Chissà se fortificare ha un senso e un nesso con rendere forte, rinforzare, dare forma e struttura affinché qualcosa resista. Questo 1967 dei Conti Serristori ha resistito. S’è fatto scuro, ma così scuro di colore che lo si potrebbe definire un colore che incrocia il caffè d’orzo e lo sciroppo di fichi; è però ben viscoso, e se vogliamo trovare un difettucolo, s’è un po’ appannata la tinta: ma chi dopo 47 anni di clausura non lo sarebbe? Ha tanto del colore di un PX del Montilla-Moriles. Il naso resta sconvolto, avvolgendosi  in questo turbine di profumo terziario dall’equilibrato tono ossidativo, cioè non d’aldeide acetica. Note di caffè tostato, di croccante alle mandorle, di bergamotto, di sciroppo di fico, di nocino, di legno aromatico, di resina in versione “retsina”, e di tabacco, offrono uno spunto ravvivante alle incredule ciglia olfattive e ai pensieri del “a prescindere” che s’erano creati. Un profumo da manuale del terziario avanzato e non contaminato. Il gusto invece è d’una dolce e soave morbida espressione sciroppata, però non invasiva. Anch’essa riesce a trattenere un punto di bilanciato equilibrio, addirittura tra il suo alcol e il suo zucchero residuo, con la glicerina che riesce a non essere mielosa. La freschezza poco conta nell’offrire la saporosità, meglio si comporta la sapidità, che da sola monta la guardia contro le esuberanze offensive delle pattuglie gustative delle morbidezze, respingendole nell’ambito di un perfettibile equilibrio gusto olfattivo.

Alla fine dell’assaggio non ci resta altro che ribadire un concetto troppo spesso dimenticato, e che ci riporta al proverbio, l’abito non fa il monaco, che trasferito a questa situazione, lo si capovolge in fidarsi solo di un fatto compiuto, non dell’atto del compiersi. A buon intenditor poche eno-parole! Buon Natale a tutti!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)