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lunedì 30 dicembre 2013 09:00:00

The New York Times parla di cambiamento climatico in Inghilterra, è Georgi Kantchev a interessarsene, prendendo spunto dall’esperienza di Matthieu Elzinga, che dai suoi vigneti nella Valle della Loira ha tirato fuori quest’anno dei vini dall’uva Muscadet con una personalità dal gusto così secco, con una freschezza dalla vivacità molto sorprendente per una personalità organolettica molto soft, cosa che con frequenza accade al Melon de Bourgogne.

Kantchev, nonostante il successo, dopo dieci anni di esperienza nella Loira, ha venduto quest’anno i suoi vigneti e s’è spostato in una regione viticola emergente come il sud dell’Inghilterra.

Questa notizia ci ricorda subito la trama di un libro scritto da Giovanni Negri, dal titolo Prendete e bevetene tutti. Non staremo qui a raccontare l’indagine del commissario Cosulich e del suo speciale rapporto con le stelle, però le stelle di sicuro le stanno guardando nella contea del Surrey e un po’ in tutta la parte meridionale del Regno Unito.

La domanda è sempre la solita. Davvero accadrà che la Toscana e il Bordeaux diminuiranno la superficie viticola dell’85%, e la California e Australia del 70%?

L’Accademia Nazionale delle Scienze ha espresso serie preoccupazioni in merito all’accadimento, se non si avvererà un’inversione di tendenza entro il 2050.

Se da una parte la paura potrebbe iniziare a penetrare nell’animo dei viticoltori delle attuali zone “calde e medio calde” del mondo del vino, nelle attuali zone “fresche” la situazione imporrebbe la nascita di nuovi vigneti, con la conversione delle conduzioni agricole e anche la nascita della figura del vignaiolo.

Prendendo per buoni questi scenari, l’industria del vino dovrebbe cambiare completamente da qui al 2080, e siccome non si può battere il clima, la prima cosa da fare è seguirlo e affiancarvisi.

L’Intergovernmental Panel on Climate Change ha annunciato che nel 2013 nel Sussex la temperatura media è stata di 1° celsius più calda dell’ultima parte del secolo precedente.

Questo iter produrrebbe in Inghilterra degli inverni più umidi e con meno neve e ghiaccio, mentre le estati sarebbero più secche. Con queste premesse non solo il Regno Unito si avvicinerebbe realmente a diventare una nazione vinicola, ma ciò trascinerebbe al vigneto anche la Cina, la Russia e perfino la Scandinavia.

Addirittura nel libro “The Winelands of Britain: Past, Present e Prospective” di Richard Selley, professione di geologia all’Imperial College di Londra, si presume che la viticultura si sposterà ancora di più a nord, questo accadrebbe nel 2080 e già in quella decade i vigneti del sud dell’Inghilterra entrerebbero in sofferenza produttiva.

Sempre il professor Selley afferma che si potrebbero immaginare dei vigneti sulle rive del Lago di Loch Ness, perché ha una geologia come quella dei vigneti del Sud Africa.

Chissà se il Taurasi e il Brunello del Montalcino nel 2080 saranno diventati un’icona, o un ricordo, come lo scomparso Cecubo, e il nuovo Romanée Conti sarà il Grand Cru Loch Ness da Pinot noir?

Per ora il Pinot nero è il secondo vitigno in ordine di importanza in Inghilterra a essere coltivato, il primo resta lo Chardonnay.

Anche il sottile humor inglese ha preso atto di questa scenografica futuribilità, e l’attore e umorista Peter Ustinov ha tirato fuori una battuta niente male: “Mi immagino un inferno come questo: la puntualità Italiana, l’humor tedesco e il vino Inglese”.

Però una cosa resta per ora certa, l’assetto climatico non è statico, è soggetto a cambiamento, sta a tutti fare qualcosa perché ciò non accada, per il bene di tutti.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)