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giovedì 26 giugno 2014 17:00:00

Avvisaglie in merito si erano già manifestate da qualche anno, vedi gli champagne in versione imbiancata di Moët e di Lanson, vini da bersi integrati con dei luccicanti e abbondanti cubetti di ghiaccio.

Il trend non è partito a razzo, per cui molti hanno tentennato a gettarsi nell’avventura che dovrebbe coniugare il ghiaccio e il vino. Al recente LWF di Londra si sono affacciate però nuove versioni di confezionamento della bottiglia di vino in piena versione bianco ghiaccio, giusto per dare un concreto “la” a uno stile di bere il vino con un trend innovativo, elegantemente freak e soprattutto non condizionato da esigenze di descrizioni organolettiche e/o di meditazioni. Tutto in versione Easy Iced Wines (EIW), forse per tentare di creare un ostacolo alla discesa del consumo – macchinosamente tradizionale? – del vino. E se questo fosse il nuovo?

Ormai è acquisito. La migliore combinazione tra ghiaccio e vino passa per una tipologia di vino che necessità un contenuto di zucchero residuo, come lo furono – e ancora lo sono – Moët-Chandon Ice Impérial, il Lanson White Label e, perché no, il dispettoso e irriverente Otello’nice delle parmensi cantine Ceci.

Easy Iced Wine è esploso nel caldo weekend di inizio giugno a Kensington e s’è arricchito di due prodotti accattivanti e sbarazzini come il nuovo Codorníu e il J.P. Chenet Ice Edition.

È necessario creare le condizioni di porre il vino in bella mostra sul banco del bar, per mostrarlo con nuove colorate vesti in trasparenti secchielli di ghiaccio, dove tutto deve debordare, esondare di colore e di fresco, deve far ghiacciare la vista e la pelle al primo sguardo, in modo che dia un effetto arsura da dissetare con abbondante gioiosità.

Vino  (ben ghiacciato) e ghiaccio (ben cubettato) devono simbolizzare una trasgressione, una rottura per i blasonati schemi che sbandano tra flûte e balloon, affinché vengano ben accettati anche l’uso di bicchieri stranamente modellati e fulgidamente colorati.

I bar meno ingessati di Londra e della Côté d’Azur hanno già aggredito la linea della classicità di beva del vino rosato, anche lui è stato cubettato e raggelato, e quell’ondeggiar del ghiaccio crea riverberi stravaganti nei sorrisi che si rincorrono di bicchiere in bicchiere, e ciò è possibile perché l’impatto dell’alcool s’abbassa.

Qualche barman ha ibernato delle foglie di menta nel cubetto, altri dei lamponi, altri ancora dei petali di rosa, poi li tuffano nel vino, sia nel rosato secco, che nella versione fizzy in bianco o rosato, ciò crea tanti piccoli iceberg che colorano prima la limpidezza e poi il sapore. C’è chi lascia sciogliere il ghiaccio in bocca per carpirne il cuore fruttato o vegetale e poi lo inonda di vino.

Queste simpatiche trasgressioni stanno diventando sempre più frequenti, tranne in quest’Italia troppo tradizionalista e paurosa di osare.  Anche l’Oriente neo enoico in beva s’è accostato ai gusti non convenzionali, e il successo di vinelli quasi dolci, quasi aromatici e quasi vini sta progredendo, con il ghiaccio che stempera anche quel poco alcool che contengono. Che dire: Moscato d’Asti fatti capanna!

L’invito che il gusto dei nuovi fruitori del miscelato con poco alcool sembrano fare alla new age dei sommelier è quello di essere attivi partecipi del cambiamento, di provare un ricambio nell’immaginazione del servizio, come a voler liberare il vino da se stesso, dall’essere quell’austero e aulico liquido a cui la storia fa da orpello anziché da stimolo di pensiero. Basta pensare alla nuova verve della birra, al suo recupero di appeal, al suo incunearsi nel gusto di un cibo che non fosse il desueto e noioso pizza e birra.

Per cui diamo forza al vino, scollegandolo dalla suo moto ortodosso, e gettiamolo nel vento di quell’entusiasmo gustativo che solo i giovani del vino riescono a trattenere, perché loro si disinteressano della dietrologia gustativa, e semmai è più interessante irriderlo con tutte le novità possibili.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)