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lunedì 9 settembre 2013 17:00:00

Più che un’isola è uno scoglio, in quell’alveo di acqua salata chiamato Arcipelago Toscano. Gorgona oggi, ma in passato Egilora (i Greci), Urgon (gli Etruschi), Gorgon (i Latini) e Marmorica (i Romani), con solo una certezza: la presenza dell’uomo è sempre stata scarsa e non continua.

Un territorio dalla conformazione poco incline all’ospitalità, poco facile da coltivare e tanti furono gli sforzi dei monaci Benedettini e Certosini per costruire i terrazzamenti agricoli. La  conseguente “militarizzazione” dell’isola voluta dal Granducato di Toscana a metà del 1800, incise profondamente sull’abitabilità dell’isola; anche l’abbandono delle terre da parte dei Certosini la concretizzò, tanto che l’isola si trovò a mutare la propria professionalità e artigianalità contadina in attività marittima, pescando acciughe e aragoste.

Il colpo di grazia a Gorgona gli fu dato nel 1869 con la realizzazione della colonia penale, intendiamoci quel “colpo di grazia” sta facendo molto discutere in questi anni e non c’è niente di non positivo in quel “colpo”.

La popolazione d’estrazione lucchese fu veicolata non volontariamente qui da Pietro Leopoldo; i Citti e i Dodoli cercarono in tutti i modi di resistere in queste terre, operando e lavorando sia in terra che in mare, ritagliandosi infine una micro attività di pesca nel borgo prospicente il mare.

Anche Dante scrisse di Gorgona, progettandone uno spostamento, insieme a Capraia, verso la foce dell’Arno in modo da formare una diga che annegasse tutta Pisa: ma quella diatriba non fa parte dell’oggi.

Oggi Gorgona è una perla di naturalità,  un’incontaminata porzione d’Italia non per scelta dei diretti interessati, ma perché interessati a lasciarla tale per non contaminare i reclusi e isolarli dalle tentazioni, visto il loro regime di libertà agricola, e non solo, di cui godono sull’isola.

Da questa posizione di libertà agricola nasce il progetto Gorgona Toscana Igt, cioè un vino, con e sotto gli auspici enologici dei Marchesi de’ Frescobaldi.

Il vino (bianco) è un vino come un altro, un vino che forse si è sempre fatto nell’isola, un vino che si può qualificare per titoli di eccellenza o per essere diverso e si distingue perché penitenziale. Che sia paglierino o dorato poco importa se non lo si incunea in ciò che quest’isola rappresenta e potrebbe rappresentare per i non detenuti; che i suoi profumi siano l’esacerbazione delle conflittualità botaniche e climatiche dell’aspro terreno può essere considerato un vanto e un prezioso atout, ma che questo vino, pur nella sua salinità e setosità, miscelata tra ansonica  e vermentino, sia una valvola di sicurezza per la futuribilità sociale dei reclusi potrebbe essere considerata utopia, al pari di tutte le utopie che vennero espresse su Pianosa, di cui Gorgona è una filiale.

Vogliamo per una volta essere ottimisti, e credere che questo vino possa essere foriero di discussioni costruttive per il futuro di quegli abitanti (non reclusi), che per oltre 150 anni hanno visto approdare e salpare detenuti, li hanno visti dividere gli stessi spazi di libertà quotidiana e poi li hanno visti sparire per un reinserimento che forse nemmeno questo vino è in grado di assicurare. Coloro che sono rimasti e che ancor oggi resistono in questo scoglio, incursioni di sfratti demaniali permettendo, sembrano non coinvolti nel progetto qualità del vino di Gorgona, figuriamoci in quello mediatico. Eppure le notizie in nostro possesso ci inducono ad affermare che questa visibilità, questo recupero di attenzione, potrebbe essere una fonte di informazione per far rivivere l’isola tutta, intendendo con ciò gli abitanti e i detenuti, come è sempre stato, e fare di questa sinergia molto particolare una piattaforma di sviluppo isolano e di reinserimento a 360 gradi.

Per ora invitiamo i sommelier a degustare una delle 2700 bottiglie del Gorgona Toscana Igt 2012, le cui vibrazioni organolettiche assorbono le simbolicità di ogni isola: terra, acqua e vento!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)