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martedì 22 aprile 2014 15:00:00

14.460 Km sono la distanza tra la Nuova Zelanda e la California, se potessimo viaggiare in linea retta con un’autovettura ci vorrebbero 144 ore e 37 minuti, viaggiando a una media di 100 km/h.

Siamo di fronte a distanze planetarie, visto che l’intervallo chilometrico rappresenta quasi il 30% della circonferenza del pianeta terra.

Il “povero” Pinot noir vive e vegeta sia in California, sia in Nuova Zelanda, e a noi è capitato un curioso confronto tra “noir”, anche se assolutamente non significativo in termini assoluti.
Due vini, due stili: questo il risultato.

Bred and Butter è della Napa Valley, è un California Pinot Noir dell’annata 2012 con 13,5% di alcool.  È un American Western Wine in ogni sfaccettatura, non per il colore, decisa espressione di un rosso rubino con buona concentrazione, però con una leggera opacità in trasparenza, un colore “sudato”.

I profumi invece sono oaky country style, una dolcezza polverosa di legno tostato, copre tutta la sofferta dolce espressione di frutta a bacca rossa e anche un po’ dark, non lascia spazio a florealità, figuriamoci alla mineralità. Si dovrebbe dire vaniglia, ma reputiamo non sia il caso di scomodarla, ha semmai l’odore di una tonnellerie di alta fattura legnosa.

Gusto molto caloroso, molto gommoso, asciugante e non setoso, un po’ pesante nel volume con le durezze che respirano in modo asmatico. Un vino che è tutto un muscolo morbido e ripetitivo. Sintetizzando c’è tutta l’espressione di quel nuovo mondo del vino che ha già stancato una parte dei palati americani.

New Zealand Manu Pinot Noir 2010 è tutt’altra cosa, nonostante sia una piena espressione dell’enologia del nuovo mondo.

Innanzitutto è un Pinot Noir con un’anima, non fosse altro per il nome maori “Manu” che rappresenta la fusione tra il nibbio e l’aquilone e l’etichetta rappresenta il “Te Manu Tukutuku”, uno stupendo aquilone artigianale Maori.

È un Pinot noir con un terroir, la Wairau Valley a Marlborough. È frutto della vinificazione new style in grandi botti aperte, con impiego di soli lieviti selvaggi, la cui durata è di circa tre settimane, poi segue affinamento in legno per 10 mesi.

Ne esce un vino non “legnoso”, con colore brillante, rosso ciliegia. I profumi hanno la graziosa semplicità dell’essere sia fruttato che floreale, poi minerale, un po’ terroso e nel finale sfiziosamente pepato (pepe nero).

Il palato è intriso dell’elegante acidità del Pinot noir, lo si avverte con facilità, non è coperto dal calore dell’alcool, quindi anche la sapidità può dare il contributo a costruire un gusto che vibra nel fruttato e trascina una scia di fiori e di spezie nel finale.

Due versioni di enologia di nuovo mondo. Quella Californiana ancora non staccatisi dalla prima fase, quella del “morbido” a tutti i costi; quella della Nuova Zelanda più reattiva a evitare la stanchezza del gusto, dove c’è ancora un morbido in sottofondo, però è appunto un sottofondo, un non attore del gusto.

Riepilogando, lo stile della California stanca troppo presto le papille, che si sentono oppresse da tanta morbida muscolosità; l’altro (New Zealand) sprizza di freschezza, si vuol far sorseggiare e lasciare il suo timbro varietale nella mente del degustatore.

Proprio due opposti!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)