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lunedì 8 febbraio 2016 09:00:00

Giacomo Tachis ci ha lasciato. È un giorno triste per il mondo del vino italiano, ma Giacomo vivrà ancora in noi fino a quando i vini da lui creati – alcuni dicono fatti nascere, come fosse stato un eno-ostetrico – resteranno nella memoria dei sommelier: e resteranno a lungo.

Giacomo era un uomo di vino e con il vino ha giocato tutta la vita, lo ha sempre pensato come un fanciullo da far crescere, a cui dare un suggerimento e qualche volta anche un rimbrotto.

Identificare Tachis con il vino è molto riduttivo. Era un uomo di cultura, in grado di dissertare su Machiavelli, Plinio e Virgilio; o ancora poteva citare Goethe mentre raccontava i passaggi dell’allevamento del Tignanello. Di lui si è detto che sia stato l’artefice del Rinascimento del vino italiano, per via del Sassicaia, del Tignanello e del Solaia, vini però che ha sentito propri fino a un certo punto, “perché solo il vino che tu senti davvero di fare, come quel vino ‘povero’, da porre sul piatto della bilancia di una genuinità artigiana, rispetto a quel vino ‘ricco’ che gode anche di un benessere ampelografico e tecnologico”.

I vini hanno una dimensione naturale nel momento in cui si sottraggono alle regole e alle forzature di un mercato condizionante, e quel rifiuto della genetica per la difesa della natura di territorio ha condito la sua esistenza.

Chi fa vino è come un direttore di giornale, l’informazione ha valore e penetra nei lettori se risulta indipendente dalla volontà dell’editore (che non significa per forza favorevole o contraria), e fare vino necessita delle stesse applicazioni morali: così si estrapola dal pensiero di Tachis.

Un enologo? “Umile mescolavino” si definiva lui, e qui c’è un po’ di quella filosofia espressiva di Benedetto XVI, quando si definì un umile lavoratore nella vigna del Signore. Tachis fu signore delle vigne, umile lavoratore e umanista del vino (o divino), perché il bello del sapere lo ha portato a collezionare libri su enologia, archeologia e Umanesimo, e quei libri li ha letti davvero.

Un incontro con Giacomo era quasi una lotteria culturale, degustare con lui un vino poteva sembrare d’essere dentro e fuori un mondo non enologico, e quasi assaliva un senso di terrore: se il vino non è come ci si aspetta… che si fa?

Nel vino quel che conta è la souplesse, cioè la leggerezza dell’eleganza o l’eleganza d’essere robusto, in un connubio di interscambiabilità sensoriale di cui ogni vino può, nella sua categoria, essere l’interprete. Souplesse lo mutuava dal francese, come un senso di riverenza e stima che doveva però essere paritario, perché il vino italiano non è secondo a nessuno.

Ce lo immaginiamo a discutere e disquisire di souplesse anche dove gli angeli sposano l’essere astemio, perché non è nell’alcol che si trova l’essenza del vino e del degustare, è l’alcol che si fa essenza d’eleganza se quel degustare lo si scinde del suo peccato o lo si rende eterno paradisiacamente.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)