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venerdì 20 novembre 2015 14:30:00

Il revival sull’autoctono ha investito e interessato il pensiero eno-culturale francese per tutto il 2015, auto rinvigorendosi con la convinzione (condivisibile) che sia una delle tante strade giuste da percorrere. Spesso ciò che accompagna questa espressione di visibilità è poco equilibrante, se consideriamo l’autenticità qualitativa dell’autoctono riflessa nella pressione mediatica che è stata generata. Abbiamo quindi tentato di farci un’idea di ciò che sta accadendo oltralpe e ci siamo dedicati all’indagine organolettica di alcuni di quegli autoctoni a bacca rossa più chiacchierati (chattati) di Francia.

Il nostro interesse s’è riversato sul Jurançon noir, sul Persan, sul Pineau d’Aunis, sul Duras e sul Grolleau: tutti vitigni di piena purezza autoctona.

Iniziamo con il Montrieux 2013 Vin de France, ottenuto a 100% Pineau d’Aunis, da Emile Hérédia nella Valle della Loira. Attesa vanificata da un colore smorto, un rosso ciliegia snaturatosi in ricerca di una ossidazione prematura. Olfatto inquinato da volatilità (e non crediamo sia terroir) che denota problematicità enologiche; gusto deludente e finale da dimenticare. Un bel “boh” ci sta a meraviglia.

Il secondo vino degustato è stato il Jurançon noir di Fabien Jouves, azienda Mas del Périé posta a Cahors, che se ne è uscito con l’etichetta “You Fuck My Wine”, con l’intento di evidenziare che la legge non può imporre una completa rigidità nell’espressione di un terroir. Ne è nato un vino “cult”, pieno di semplicità di beva e senza riferimento di vendemmia. Sembra un Morgon per il colore porpora con orlo viola, per il fruttato invadente ma non ostinato, per una florealità incisiva di mazzetto di viole mammole, per un contorno odoroso un po’ garrigue. Il gusto invece si offre con glicerica consistenza fruttata, tutta ciliegia rinfrescante in naturalità. Media persistenza per avvalorare un prezzo intorno al 10€ e uno score di 82/100.

Diverso è il discorso sul Persan del Domaine Giachino, che poi è una AOC Savoie della vendemmia 2014. Piace il suo connubio olfattivo di quasi incenso, mora di gelso, glicine e soffusa spinta pepata. Bene il rubino intenso e vivace nella tinta. Bene anche il gusto rinfrescante dei frutti a bacca rossa succosa, espressione di naturalità e di fresco ambiente pedoclimatico. Ha una masticazione intrisa di media ricchezza estrattiva che riesce ad allungarsi nella medianità temporale del finale di bocca. Un 84/100 è più che meritato.

Con il vitigno Grolleau si torna nella Loira, il vino in questione è il Fleur Bleue, il vigneron si chiama Bouchet e l’annata è la 2014 (gradi 12%). Aspetto cromatico giovanile, il tutto permeato nella tinta porpora/violacea. Molto intenso è il flusso floreale nell’offerta olfattiva, poi ha toni di mora, di ribes nero, di ciliegia e chiusura di erbetta officinale secca. Gusto leggermente vibrante in tannino, bene la sapidità e la consistenza tattile, finale morbido e accattivante: 84/100 è il suo massimo.

Infine un bel Gaillac AOC ottenuto da sola uva Duras. Si tratta di un vitigno rustico, da vitis labrusca, avvezza a sopravvivere nella foresta di Grésigne nel Tarn.  La sua migliore gioventù organolettica sembra saldarsi in un raffinatissimo tono floreale selvatico che i vigneron Robert e Bernard Plageoles cercano di preservare in tutti i modi. La vendemmia 2012 esprime una totale concentrazione cromatica rosso rubino; al profumo la nota di fragola e di uva fragola s’associa con un po’ di foxy, di pepe nero e di anice di Flavigny. L’impatto gustativo marginalizza un po’ di rugosità tannica, frutto anche di un’acidità da piccoli frutti rossi semi astringenti. C’è personalità nel sapore, unicità nel gusto e merita un’attenzione in tipicità da premiarsi con un 83/100.

Nell’insieme questo fólgore autoctono è giudicabile discretamente interessante, se non altro per l’accessibilità dei prezzi e il recupero di tradizione viticola, giusto per non dimenticare che quel che c’era può ancora esserci.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)