Associazione Italiana Sommelier

 

Etichetta parfumée

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giovedì 1 agosto 2013 14:30:00

Ancora una novità nelle etichette del vino. Non era bastata quelle che si muove, “spin label”, adesso c’è anche quella che profuma.

Questa novità arriva dalla Valle del Rodano, notoriamente famosa per il potente Syrah, per l’elegante Viognier, per l’immortale, storico e celestiale Châteauneuf-du-Pape, e non solo nella tipologia in rosso, ma ancor di più nella versione gialla dorata.

È un vanto del Rhône anche la produzione del Lirac e del Tavel, vini rosati per antonomasia, emblema d’un modo di fare vino rosé un po’ estremo, anche con sosta in barrique per uno/due mesi.

La novità è un vino rosato. Intendiamoci non hanno inventato qualcosa in termini enologici, non è stato possibile nemmeno rivoluzionare il gusto, hanno solo attaccato un’etichetta molto, molto singolare: è profumata.

Tutto nasce dalla Cellier de Dauphins (Union des Vignerons des Côtes du Rhône),  una cantina cooperativa che produce impressionanti numeri di bottiglie di vino con sede a Tulette, nel Sud della Valle del Rodano.

L’etichetta profumata è abbinata a un vino rosato, ed è prodotto dalla loro azienda satellite Maison Louis Mousset, forse perché ne producevano già cinque di tipologie, tra cui anche una “bio”.

Il rosato in questione, Côtes du Rhône Rosé AOP è ottenuto con 70% di Grenache noir, 20% di Cinsault e 10% di Syrah. La cosa che ci ha sorpreso non è il suo colore didattico, petalo di rosa, ma il comunicato stampa di presentazione (apuap.agence-presse.net) che asserisce, come a voler rassicurare il consumatore, sia un vino di qualità che privilegia gli aromi naturali, con zero zucchero e zero aromi addizionati; si avete capito bene, zero aromi addizionati.

Questo ci crea un po’ di sconcerto e di sconforto: allora tutti gli altri vini che loro producono sono addizionati? Sic! Superiamo anche questo scoglio e scopriamo che il rosé possiede un profumo che ricorda la fragola e i bon bon inglesi ai sapori di frutti rossi un po’ aciduli, e qui ci si stoppa.

Infatti, non ci interessa più di tanto il naturale e semplice gusto fresco (venduto al Carrefour a 5€ o giù di lì), ma l’etichetta profumata.

Essa, l’etichetta, a detta di loro, i produttori, profuma come il vino, e come il vino ha zero zuccheri aggiunti ma non zero profumi addizionati. Che confusione ci assale odorando l’etichetta, c’è un profumo sintetico di fruttato, edulcorato, con un’intensità resistente e se ci piacesse più l’odore dell’etichetta invece che quella del vino? Qualcuno dice di aver visto alcuni sommelier che discutevano già odorando l’etichetta (va strofinata) sull’origine della fragola. Di campo, di bosco, nooo coltivata! Poi si sono messi d’accordo sulla fragola clonata.

Sembra, anzi lo è, un tester, come quello dei profumi. Comunque l’idea è da premiare, se non altro perché smuove e vivacizza lo scaffale ingessato della GDO; e lo rende vivace anche con l’etichetta di colore rosa acceso, con la R in bella evidenza e con un ambiguo “osé”, che già qualche buontempone l’ha trasformato in “olé”. Comunque, parafrasando una vecchia pubblicità di Arbore: odorate gente, odorate.

AIS Staff Writer

 

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