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lunedì 25 gennaio 2016 12:00:00

Le prime avvisaglie enologiche del Giappone sono apparse al Vinitaly 2015, adesso quell’eno-eco sta tentando di riecheggiare nel pianeta.

Che dire? Dopo il Whisky, di cui sono diventati indiscussi e riconosciuti interpreti di un’eccellenza che sbeffeggia, talvolta, gli Scottish nei concorsi, dopo aver inondato il mondo di sushi e sashimi (e meno male), dopo aver deliziato il tè con tutta una cerimonialità antica e  complessa, dopo il sake, che nel mercato londinese sta quasi diventando un cult-drink in quelle mixanti cucine che amalgamano tridimensionalità gustative, Oriente-Africa-Europa, per cui i gusti si rincorrono con croccanti masticabilità e speziature spumose, ecco incunearsi un altro po’ di Giappone nel movimento del bere: il vino!

Ormai i vitigni giapponesi hanno avuto piena riconoscibilità dall’OIVW a far data al 2010 con il Koshu, e nel 2013 con il Muscat Bailey. Questo significa che trascorso un naturale periodo di assestamento enoico adesso sono pronti a misurarsi con il mercato interno e pizzicare le corde dell’attenzione mediatica nell’occidente.

Il progetto nipponico non sembra quello di fare vino da vendere in giro per il mondo, è improbabile che i loro gusti siano accettati con immediatezza; il primo passo è il mercato interno, che vede una riduzione nel consumo di birra (quasi il 10% in meno tra 2014 e 2015) e una rigenerata attenzione verso il vino, in specie Francia. Per adesso stanno facendo passare la comunicazione che i vini domestici si adeguano al meglio ai sapori della cucina giapponese, se non altro per il principio di territorialità. Orbene è nella territorialità che sta l’intuizione dei nuovi wine-maker del potente distributore/produttore Suntory, e dello specialistico, e internazionale, Château Mercian. Adesso sono state individuate due prefetture come capofila del fare vino: Yamagata e Niigata.

Al di là delle singolarità espressive dei due vitigni, muscat bailey e koshu, il primo una varietà ibrida scaturita da bailey e moscato d’Amburgo, il secondo presente in Giappone da oltre 1.200 anni, ciò che stanno costruendo è un’identità di territorio a vigna in modo da giocarlo come punto di interesse turistico interno, lo scopo ultimo è di creare un movimento che concretizzi un aspetto turistico intorno alla coltivazione della vite. In molti credono a questo progetto, in primis perché il territorio è splendido in autunno, quando le foglie cambiano colore e tutt’intorno il profumo ammalia l’olfatto, poi c’è anche il richiamo del Monte Fuji. Tutto ciò dovrebbe essere facilitato dalla breve distanza dalla mega metropoli di Tokyo, per cui se da lì decidessero di spostarsi nel nascente terroir del vino, la meta sarebbe già realizzata.

Da parte nostra stiamo seguendo le ultime evoluzioni enologiche dei due vitigni, soprattutto il koshu sembra avviato a una facile presa sul mercato interno, se non altro per un orgoglio identitario da cui i giapponesi non vogliono allontanarsi. È il nostro vino – affermano orgogliosi i neo sommelier – rinfresca e stempera certe pseudo dolcezza del sushi, allontana la micro untuosità della tempura e rendere facilmente digeribile un abbondante okonomiyaki (specie di frittata di cavolo). Infine certe preziose versione del ramen trovano beneficio se abbinate con il bianco koshu. Il muscat bailey – bacca nera – originariamente prodotto un versione dolce, ha cambiato look, s’è spostato la secco, però ancora non ha raggiunto lo status organolettico del koshu, magari ne riparleremo tra qualche anno.

ClubAIS Tokyo

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)