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venerdì 31 luglio 2015 11:30:00

D’annata si tratta: 2000, 2008 e 2011, in versione random, tanto per usare un termine innovativo che poi significa semplicemente “a caso”, oppure come si dice in Toscana “icche viene, viene”. Si tratta di tre Barolo di un certo Giuseppe Rinaldi, che se ne sta in Via Monforte 3 a Barolo. Le tre annate che abbiamo degustato portano in etichetta un’identità vignaiola, trattandosi di un 2000 Brunate-Le Coste, di un 2008 Brunate e di un “new” mix Tre Tine 2011.

Dire che Giuseppe Rinaldi fa vini con spirito langarolo è eufemistico. I suoi Barolo sono l’essenza dell’attaccamento alla primordialità del vinificare il nebbiolo buccia su buccia, anzi buccia per buccia, affinché i profumi ivi contenuti e i tannini impressivi si sciolgano nel vino non per darsi al primo venuto ma per durare e far soffrire il degustatore neofita, quello che cerca il balsamico, l’ematico e il tostato: bleah, direbbe “Citrico”. Questi aggettivi dell’olfatto mondialeggiante non abitano nel Barolo di Rinaldi, il 2011 Tre Tine. Ha dei profumi così introversi che si deve fare una degustazione “lettino”, cioè in versione “psico”, ed è una goduria intuire che quel frutto è sostanzioso, un bel mix di rosso e nero, che c’è della pioggia nel roseto (lo sappiamo che è “pineto, ma si fa per celebrare un cespuglioso roseto), che una punta di tabacco da sigaro toscano già combatte con il black crack pepper. Stordente in tannico, ma attenzione non per astringenza, bensì per la purezza della sensazione tattile, che invece di irruvidirsi si distende (che classe!). E che dire del 2008 Brunate? C’ha i profumi d’un bosco a primavera, non da intendersi come vegetali, ma odori di risveglio della natura, tanto sono eleganti nell’essere esacerbanti nel frutto “brutto” e intatto: susina rossa, arancia sanguigna, quasi un sentore di Bloody Mary; e poi seccamente lauro e alloro, fungo e felce, come un “bouquet garni” in versione Gevrey-Chambertin. Tannino ben ricco e arrabbiato, maramaldeggiante verso l’alcol e rispettoso della sua domestica freschezza. Il nobile liquido “nebbiolesco”  cerca di resistere in ogni modo alla masticazione, non vuol lasciar solubilizzare il fresco ricordo di succo di ciliegia per lasciar spazio alla tonicità del polifenolo della catechina, e così facendo rigonfia il petto della struttura. Infine il 2000 Brunate-Le Coste: un classico che abbiamo sorbito per primo, per seguire la regola enoica di Charles Bukowsky. Il colore  dopo 14 anni era immacolato di granato, tanto che più di un occhio è restato attonito e sorpreso; il profumo invece è un demetallizzatore di scorie legnose, quasi un anti barrique, niente di ellagico s’è insinuato al profumo e al gusto, c’è tutto il buccione nel nebbiolo al naso e in bocca. È ancora un profumo di pubertà fruttata, di selvatica e fragolosa boscosità, di un paniere di vari piccoli frutti rossi sottratto anzitempo al calore d’un giorno canicolare, tanto che quel rinfrescante ha il sentore di verde menta, di schiudente glicine, di foglia di tabacco in via di essicazione, di ago di pino, di humus novembrino. Satinato al palato, come se qualcuno avesse lucidato la targa d’un tannino che pareva irruvidita. C’è un effetto morbido sopraffino, una volume liquido che scivola in una consistenza da coccole e una sapidità dalla ricercatissima cesellatura nel finale di bocca, quasi arabescata. Ci va di dargli anche un punteggio a questo 2000 Brunate-Le Coste – Barolo – Giuseppe Rinaldi: 93/100. Ohi, ohi!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)