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venerdì 2 maggio 2014 11:15:00

Sì! Ma con le dovute eno-cautele, verrebbe da suggerire, vista l’imponente mole di gradazione alcolica che offre al degustatore.

Abbiamo degustato un Amarone della Valpolicella dell’annata 2001, vinificato e poi cullato da Romano dal Forno, all’Osteria da Ugo a Verona; il patron ha in carta molte sciccosità della Valpolicella e un cibo schiettamente e gustosamente legato alla tradizione locale, tanto che sembra un gusto magnificamente dialettizzato. L’ambiente è confortevole, l’accoglienza molto friendly: un’osteria da vino rosso.

Il vino è stato “caraffato”, non decantato, perché i residui erano del tutto assenti. Aveva un colore d’una notturna densità invernale, incipiente tinta granato con corolla vivacissima tanto da illuminarsi quasi di rosso porpora. Il fluire nel bevante di questo Amarone 2001 era lento, compassato, quasi un movimento regale, una ondulazione mossa da ritmicità gliceriche, una viscosità esoterica.

Eppure è una Corvina, un’uva che sembrava destinata a sfiorare l’anonimato se non fosse stato per alcuni nobili preservatori dell’autoctonia veneta, un’uva distante da certe conclamate nobiltà internazionali.

Un vitigno però che a particolari e segmentate condizioni di lavorazione può sfociare in vere posizioni di eccellenza.

Nello specifico il 2001 Amarone della Valpolicella di Romano dal Forno lo è in pieno.

E vai con il profumo, verrebbe da dire! Una volta liberati dalla “gabbia terpenica”, che non esiste, il mondo delle concatenazioni e delle combinazioni odorose decolla come un super jumbo. È un profumo turbina, dal fruttato con esplosione “mach 2”, un vortice di fruttato, speziato, tostato, balsamico, minerale e “bruciato” oltre il valore del ventaglio catturabile dalle ciglia olfattive: quasi una dimensione cosmica con effetti cosmetici e oli essenziali distillati da micro essenze fruttate al profumo di mora di gelso e di prugna  californiana.

La discesa del vino lungo la parente del bevante è molto lenta e le labbra lo attendono, ansiose di sentirne la temperatura interiore e la vellutata massa esteriore. Il liquido prima di fluire al palato avvolge le labbra in un bacio avvampante, 17° non sono considerabili un soffio al vento, ma un soffio al cuore del gusto.

È un Amarone dal cuore gustoso e gustabile, tutto pulsante in morbidezza e tannino, un volume dalla consistenza ventricolare, lo si respira e lo si aspira come linfa di vera vita, come il risvegliarsi da un’anestesia, come l’ossigeno per l’asmatico, come il sangue per l’anemico.

Intendiamoci non è un vino medicina, è la medicina che si fa vino, giunta all’assolutezza della propria essenza enologica. È un vino dotto e dotato di generosità strutturale, un magico decotto di uve appassite ma non passite, un corvinico elisir.

Lo abbiano accompagnato con del cibo sostanzioso e complesso, che però non vuol dire robusto, semmai espressivo delle proprie straordinarie intensità e delle intrinseche persistenze gustative. A un certo punto della cena ci siamo detti: non è il materico cibo che può fare impreziosire il vino, è solo il vino che fa il vino, soprattutto quando il vino è VINO, e questo Amarone della Valpolicella 2001 di Romano dal Forno lo è, lo è in pieno, lo è del tutto e in tutto; anzi, volendo prendere in prestito le magie lessicali di Antonio De Curtis – Totò – questo vino, modestamente lo nacque vino, e non lo diventò!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)