Associazione Italiana Sommelier

 

Douro, non solo Porto!

Statistiche

  • Interventi (1662)
  • Commenti (0)

Archivi

mercoledì 26 febbraio 2014 15:00:00

Nel 2003 Richard Mayson scrisse: «Il Porto, il più conosciuto vino del Portogallo, è davvero il prodotto risultante dell’immutabile ciclo di transizione climatica dall’Atlantico verso il Continentale-Mediterraneo, e i vini non fortificati Douro, Dão e di alcune zone della Beira Alta e Beira Baixa hanno tutti il potenziale di essere di classe mondiale».

Il libro in questione è “The wines and vineyards of Portugal”, Mitchel Beazley edition.

In quell’anno l’affermazione fu considerata con un certo scetticismo, il Portogallo si trovava in una fase di impasse vinicola, in cui i fasti del Mateus aleggiavano tra i ricordi dei consumatori d’Europa e il Porto stava lentamente ridefinendo l’appeal del proprio straordinario profilo organolettico.

Scrivere di vino non fortificato e con gusto secco nella Valle del Douro era come infilare un forcone in un pagliaio, il colpo di sicuro non ne avrebbe compromesso la stabilità e la risonanza si sarebbe acquietata nel sorso di un LBV.

Eppure questo territorio il vino a gusto secco lo ha sempre prodotto, anzi il predecessore del Porto si produceva in questi vigneti, aggiustando con alcool il vino rosso senza residuo zuccherino, ciò accadeva agli inizi del XVIII secolo, oppure c’era del vino rosso senza aggiunta di alcool. Tutto si rivoluzionò con la trascendentale vendemmia del 1820, quella che creò lo stile dolce del Porto. Contro il rosso non fortificato del Douro ci si mise anche Samuel Johnson, che dal club letterario londinese “The Club” così tuonava: «Il Claret è da ragazzi, il Porto da uomini».

Poi fino al 1950 fu buio quasi totale per il rosso del Douro, e se non fosse intervenuto Fernando Nicolau de Almeida (direttore di Ferreira Port) con il Barca Velha, probabilmente sarebbe caduto del pozzo dell’oblio.

Fortunatamente qualcuno resistette, così nel 1979 fu concessa al vino rosso non fortificato la DOC, e il nome fu DOURO.

Poi nel 1998 ci fu l’apoteosi, il Quinta do Bomfim della vendemmia 1970 fu oggetto di scettica degustazione, ma il vino sorprese quelle civette di taster per il colore così scuro da strappare l’ironica e derisoria definizione “blackstrap”, cioè melassa, però i tannini avevano una fibra così muscolosa che tutti si dovettero inchinare a tale maestosità.

Da quel momento s’inizio a comprendere che si poteva fare qualcosa di stravolgente anche nel vino rosso non fortificato del DOURO.

Le uve migliori per creare il DOURO sono state individuate nel Touriga National, Touriga Franca e Tinta Roriz. Chiaramente il vino s’è spogliato delle rudezze che lo caratterizzavano a inizio 1900, perché è stata applicata la tecnologia: abbandono dei lagares, uso di acciaio, rimontaggi frequenti e temperatura molto controllata (24-28°C) ed estensione del contatto con le bucce fino a venti giorni, infine il legno, non più quello portoghese, ma Francia e USA.

In questi ultimi anni il DOURO è riuscito a imporsi per la sua personalità elegante, perché la struttura non è palestrata e la sapidità riesce a mantenere le essenzialità minerali del sottosuolo di scisti e granito.

Alcuni osservatori anglofoni hanno individuato in questo modo di esteriorizzare il DOURO una specie di applicazione dello stile italiano.

Il DOURO di oggi è spesso impenetrabile nel core del colore, però l’unghia brilla di una cromaticità piena di sfumature viola e ciliegia.

Il profumo è arrogantemente floreale, tutto viola, poi erbe aromatiche secche, tipo garrigue per via del clima siccitoso, infine spezie dolci ma ben integrate con il ventaglio dei profumi secondari e rifinito da uno spunto minerale.

Con questo clima il Touriga National s’avvicina alla personalità del Cabernet Sauvignon, così da offrire al vino anche un tocco rinfrescate di menta balsamica e pepe nero. Invece la Tinta Roriz getta nella mischia olfattiva tutto il fruttato Tempranillo-like, e gli resta molto facile farlo visto che è la stessa uva. Infine la Touriga Franca. Quest’uva ha attinenze con il profilo organolettico del Cabernet Franc, quindi ricompone il bagaglio odoroso apportando anche un dolce erbaceo,  ancora violetta e succosa ciliegia.

Chiaramente ha una prorompente mole tannica, però ben bilanciata da alcool e morbidezza, il tutto si rende auto saporito con una sapidità granitica e ferruginosa, e con un finale di gusto lungamente frenante in persistenza. 

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)

https://aisitalia.it/douro-non-solo-porto.aspx