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venerdì 2 marzo 2018 09:30:00

Fa freddo nell'inverno del 1830. Molto freddo. A Parigi cade la neve, ma le braci della rivoluzione di luglio scottano ancora, pronte ad accendersi nella primavera del 1848. Tra i portici di una Padova ancora austriaca, un francese di Grenoble cammina avvolto nel cappotto, il volto circondato da una barba senza baffi. Si chiama Marie-Henri Beyle; tutti lo conoscono come Stendhal. Così annoterà anni dopo: "verso la fine del 1830, ripassando per Padova, corsi alla casa del buon canonico: era morto, e lo sapevo; ma desideravo rivedere il salotto dove avevo passato tante gradevoli serate, così spesso rimpiante. Vi trovai un suo nipote e la moglie, i quali m'accolsero come un vecchio amico; altri vennero, e ci si separò molto tardi; il nipote del canonico fece portare dal Caffè Pedrocchi un ottimo zabaglione. Ma quel che soprattutto ci tenne desti fu la storia della duchessa Sanseverina, alla quale avendo un de' presenti accennato, il padrone di casa si compiacque di raccontarla tutta intiera per me". In quelle che molti avranno riconosciuto come le prime righe della Certosa di Parma, Stendhal rivela due delle sue grandi passioni: le donne e il cibo. Se l'amante Angela Pietragrua si cela tra le pieghe degli abiti dell'immaginaria duchessa Sanseverina, l'adorato zabaglione non fa nulla per nascondersi, nobilitato, anzi, sul palco del già storico Caffè Pedrocchi. Niente di meglio, per un francese innamorato dell'Italia, della più italiana delle bevande invernali: uova, zucchero e vino liquoroso. Stendhal lo consumava caldo, in una tazza, guarnito di biscotti: il suggello, infantile e scaramantico, a conclusione di ogni conquista. 

Per altri personaggi non si tratta di mantenere a regime le proprie prodezze sessuali, ma di salvaguardare la salute. È così ad esempio per Jane Eyre, eroina di Charlotte Brontë, subito ristorata a Thornfield Hall con una fumante tazza di negus, dopo un viaggio funestato dal freddo: vino Porto, acqua calda, agrumi e spezie. Come per Stendhal la paura di una notte di impotenza nascondeva timori più profondi, qui il timore di un banale raffreddore nasconde quello più inquietante della tubercolosi, ricorrente nel romanzo e nella vita di Charlotte, destinata a morire dello stesso male come, prima di lei, le tre sorelle Elizabeth, Maria ed Emily. 

Anche il piccolo Jérôme ha bisogno di ricostituenti: non si tratta di tubercolosi stavolta, ma di scarlattina. C'è un'epidemia in Normandia, e fa freddo in quei giorn. Piove senza sosta, una pioggia nera, come il titolo del romanzo di Georges Simenon. Nella traduzione italiana c'è del brodo di pollo a scaldare il ragazzo, ma nell'originale è il lait de poule a tirarlo su: latte, uova, noce moscata e un goccio di Brandy. Chiuso da giorni, per scampare al contagio, Jérôme guarda dalla finestra il diluvio incessante: un muro di acqua separa l'abitazione dei Lecoueur dal resto della città. Dentro casa, l'odiosa zia Valérie, piombata a sconvolgere la vita serena della famiglia; fuori, l'anarchico Gaston Rambures, braccato dalla polizia, nascosto dove solo Jérôme  sa. 

Più a nord, in Svezia, c'è un altro poliziotto in cerca di fuggiaschi: è il commissario Martin Beck, creato da Maj Sjöwall e Per Wahlöö negli anni Settanta. A Stoccolma è dicembre, il giorno di Santa Lucia. Martin lo festeggia in commissariato, spilluzzicando di malavoglia pasticcini e bevendo glögg. Per Beck non è abbastanza alcolico quel tipico vin brulé svedese, e non avrà alcun rimpianto a mollarlo lì, fulminato da una intuizione sull'omicidio della bella Roseanna McGraw. Neanche Jean-Baptiste Adamsberg, commissario a Parigi, creato dalla ormai leggendaria Fred Vargas, avrà rimpianti alcolici dopo una pericolosa sbronza tra i ghiacci del Canada. Il Caribou non è solo il nome del locale dal quale uscirà in condizioni pietose, ma anche della bevanda scalda stomaco più bevuta in Québec. Leggenda vuole che nasca in epoca coloniale, misto di sangue scaldato di caribù (la renna del posto) e alcool per scaldare cacciatori e boscaioli durante gli infernali inverni del posto.

Anche in un albergo di Courmayeur l'ospite della stanza 319 sembra avere esagerato con le grolle, il caffè con grappa aostano, il cui nome deriva dal tipico contenitore in legno. Di questo almeno è convinto il direttore. Quando il fattorino Fabrizio andrà a controllare, però, la diagnosi sarà assai più amara del caffè: nel racconto di Giancarlo De Cataldo, a zuccherare la bevanda, venti chili di neve sporca, cocaina, e un sudamericano morto.

Cocaina e Sudamerica, binomio intuitivo per tutti, anche per Ordell Robbie, quello che  "dava un nome a tutte le cose che facevano", come un certo affare di droga e soldi alle Bahamas, ribattezzato Punch al Rum. Dietro quella bevanda qualcuno avrà subito riconosciuto Elmore Leonard e il titolo del suo romanzo, ma la maggior parte farà meno fatica a riconoscere un altro nome: Jackie Brown. Ombretto blu come la divisa della compagnia aerea messicana per cui lavora, Jackie nel romanzo di cognome faceva Burke, ed era bianca; nel film di Quentin Tarantino è diventata Brown, come il colore della sua pelle, come il cognome della dura Foxy, interpretata dalla stessa Pam Grier anni prima. Per un simile garbuglio, un punch è la bevanda più azzeccata. Nata al confine tra oriente e occidente, è oggi declinata in decine di varianti. Comparsa come parola nel 1623, nella lettera di un soldato della Compagnia delle Indie Orientali, sembra derivare da panch, "cinque" in lingua indiana, come il numero di ingredienti base della bevanda: acqua, zucchero, distillato, agrumi e spezie. Prima di fare il paio con i ciotoloni di plastica, e diventare la bevanda principale di ogni film americano fatto di feste, riunioni e balli liceali, il punch, in Inghilterra, figurava tra le bevande più costose: ricchi bowl d'argento e cristallo omaggiavano la scarsa disponibilità degli ingredienti, accogliendo al loro interno i ricercati agrumi, le spezie e il costoso rum delle Antille infestate dai pirati. 

Loro, i pirati, al punch preferivano il grog. Di cosa fosse fatto, lo sanno bene i ragazzi della generazione a cavallo tra Ottanta e Novanta, almeno quelli stregati dalle avventure di Guybrush Threepwood in Monkey Islandcherosene, glicol propilene, dolcificanti artificiali, acido solforico, rum, acetone, colorante rosso n.2, detriti, grasso per motore e acido per la batteria. Videogiochi a parte, nel grog c'era davvero del rum, e su una certa Isola del tesoro, quella di Robert Louis Stevenson, praticamente non si beve altro. Era nato per i lunghi viaggi in mare, dal nomignolo del suo inventore, l'ammiraglio Edward "Old Grog" Vernon, chiamato così per il cappotto di grogram che indossava. Annacquato per diluirne l'effetto alcolico, conservava una vaga funzione antisettica, salvo poi diventare la bevanda più consumata tra marinai e corsari. 

Anche Jay Gatsby, nella turbolenta America del Proibizionismo, fa un po' il fuorilegge: nel romanzo di Francis Scott Fitzgerald, James Gatz - questo il suo vero nome - i soldi li ha fatti col contrabbando, per conquistarsi amore e rispettabilità. Tutto il contrario del bello e dannato Anthony Patch, protagonista del suo romanzo precedente: a lui i soldi non mancano, e passa il suo tempo al Ritz di New York, bevendo egg-nog caldo al bar: latte, uova, brandy e spezie da bere a scopo precauzionale, forse terrorizzato, come Stendhal, da eventuali défaillance in camera da letto.

Non è molto distante da Anthony, l'Emilio Viotti creato da Mario Soldati per il romanzo Le due città. Vitellone torinese, benestante e ansioso di ricevere una ricca eredità destinata a non arrivare mai, trascorre le sue giornate con l'amico Piero, scoprendo, in una bottiglieria di via Po, le bontà del barolo chinato, scaldando, oltre ai bicchieri, un'amicizia destinata ad un drammatico finale. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)