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martedì 2 luglio 2013 11:45:00

Il Verduzzo Friulano è il prezzemolo enologico del Friuli Venezia Giulia. Perdonateci la battuta scherzosa, ma l’intenzione di simbolizzare quest’uva come espressione veramente friulana, al pari delle tante altre autoctone, fa parte del nostro intento.

Comunque la troviamo nelle Dop Lison-Pramaggiore, Annia, Aquileia, Grave, Isonzo, Latisana, Collio e Ramandolo.

Uva dolce e dorata come lo sole”, e di sole, e di collina (il ronco), ha bisogno il Verduzzo per lasciar evaporare l’acqua pura, attinta dalle Alpi e Prealpi Giulie e da quelle Carniche: una liquidità dell’acino non inquinata.

Poi la sovramaturazione lo trasforma, lo allontana da quella neutra personalità olfattiva e da un’acidità in perenne sofferenza saporifera. Le sostanze, tutte, nel concentrarsi s’arricchiscono e s’abbelliscono, si raffinano e si affinano quei contorni quasi tannici che molti vignaioli dicono essere una prerogativa di questa cultivar.

Vitigno dai fasti alterni, è passato dagli onori (quasi un solitario) dei primi posizionamenti sugli scaffali della GDO, ai tempi di quella non crisi, ma anche di quel non boom, che lo si data 1980. Poi un lungo periodo di non essere, in affanno per il potere di quella petroliera invasiva e invadente che rispose al nome di Sauternes.

Eppure il Verduzzo Friulano “dolce” è più unico, più unico di tutti i botritizzati (o muffati) (Sauternes e non Sauternes inclusi), non va nemmeno in sofferenza nella progressione evolutiva, la sua personalità non s’involve, lotta e si rigenera in nuove forme del bere organolettico.

Infine è di fronte a noi un IGT Venezia Giulia, Verduzzo, anno 1998, gradi alcool 11%, Imbottigliato all’origine dall’Azienda Borgo del Tiglio a Brazzano.

Qualcuno dei commensali s’agita per via dell’età, altri perché è sradicato dalla marca geografica, altri mugugnano e ricordano dottamente che Jean Paul Richter amava ripetere: la vecchiaia è triste non perché cessano le gioie, ma perché finiscono le speranze.

Il colore invade con la sua tinta il bevante dallo spessore sottile, il suo riflesso per un istante supera la volontà di osservare limpidezza e consistenza. Tutto è perfetto! Preziosamente ambrato, come pietra rodata, come fosse un colore immacolato e ornato di aranciato. L’effetto consistenza è stupefacente, una viscosità sciropposa, non appiccicaticcia.

La preoccupazione della visione dell’aranciato e del possibile cenno ossidato sfuma al primo contatto olfattivo (verrebbe da citare De André: «Evaporato in una nuvola rossa»). Profumo integralista, carico di ortodossia terziaria, un fruttato smaltato che evapora anch’esso nelle nuvole di una sciropposità sottratta ai fichi, alle pesche, ai datteri, all’arancia amara. Ha il profumo dell’infusione, del rabarbaro, del bergamotto, di un dolcissimo nocino.

Poi il suo volume morbido s’avventa sulle papille, le allaga di glicerina e di una dolcezza amabilmente dolce (perdonate il rinquarto di parole); poi la masticazione si fa finemente granulosa perché un mondo di sapidità emerge dai varchi delle morbidezze ed edifica  l’equilibrio gusto olfattivo. Quando il gusto di avvia a spengersi e si tirano le somme del degustare, ci si accorge che la personalità del vino non è il sapore dolce, ma è il modo con cui la parte sapida (salina) lo attutisce, lo equilibra e lo armonizza.

Elias Canetti fu grande aforista e scrisse, girando attorno all’uomo: «Dare un nome alle cose è la grande e seria consolazione concessa agli uomini». Ed è vero, perché in nome che si dà a questa cosa “Verduzzo” è umanamente e semplicemente una seria consolazione: straordinario!

Ecco spiegato perché James Joyce diceva del Verduzzo «Hanno pigiato nel tino dei grappoli d’oro».

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)