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martedì 13 maggio 2014 15:30:00

C’era una volta. Già la partenza è nostalgica, perché implica qualcosa che ora non c’è più, o è molto cambiato, oppure sta quasi scomparendo.

Eppure una volta c’erano tante osterie, molte vinerie, fiaschetterie, c’era un’aggregazione tra persone che non scindeva dal guardarsi negli occhi, dal confrontarsi con un dialogo colorito che poteva scivolare anche in amichevoli prese in giro.

Non si può dimenticare nemmeno la cantina, dove veniva esposta la frasca dopo che era stata aperta, "ngignata", la botte; qui una bevanda tirava l’altra, in un crescendo di fervore e talvolta di rancori non sopiti, uno dei giochi più criptici era la morra.

Raccontata in questo modo s’avvalora pienamente il c’era un volta, per fortuna però che di quel tutto quel che c’era c’è rimasto ancora qualcosa.

Nel libro “I Bassifondi di Parigi nel Medioevo”, Laterza Edizioni, si ha un’idea di ciò che accadeva a quel tempo e pur non potendo riproporlo in questo secolo, ci dà il là per riannodare un certo filo emozionale: condividere un bicchiere di vino con altri.

Poiché Parigi ha nell’intimo un’anima e uno spirito eno-bohémienne, anche se in Avenue Montaigne risplendono atelier super lussuosi, c’è la possibilità di ritrovare quel “c’era”.

A Parigi c’è il vino del lusso e quello della quotidianità, ed è quest’ultimo quello che ci interessa, quello dei bar à vin e dei bistrot à vin che stanno al di fuori del circuito turistico.

L’esperienza è stata straordinaria perché si scopre un mondo di personaggi poco propensi a lustrarsi nell’essere parigini di vino e di fatto, li trovi invece curiosamente inclini a cercare il terroir biologico, il vigneron indipendente, la maison organic e la micro dimensionalità della AOP, oppure i vitigni sconosciuti.

L’eno-gita s’è svolta toccando alcuni dei “sacri” bar à vin: da Le Baron Rouge alla Renaissance, da Les Caves Populaires a Le Léche Vin, per chiudere con Au Rendez-vous de Amis che rimanda a una Pigalle d’altri tempi e di straordinaria popolarità: è un po’ di quel che resta del c’era una volta.

Qui abbiamo scoperto vari vini provenienti dai più sperduti vigneti di Francia, due di questi ci hanno prima attratto e poi conquistato: il romorantin e l’abouriou, con prevalenza per il primo.

Dicono che sia stato Francesco I a piantare il romorantin nel 1519, il successivo avvento del sauvignon blanc lo costrinse nel corso degli anni a rinchiudersi sempre più in se stesso – in senso di territorio – e oggi è relegato nella piccola AOP Cour-Cheverny.

Già il nome del vitigno è molto simpatico, romorantin, e nel pronunciarlo sembra di essere partecipi di un’assonanza vocale fumettistica, tra Tintin e  Rin-Tin-Tin. Romorantin è un incrocio tra gouais blanc e probabilmente pinot teinturier.

Si tratta però di un vino serioso (al pari dei fumetti) che riesce a espandere un sottile profumo di acacia, fiori di primavera e fiore della vite. Ha anche un companatico citrino e rinfrescante, come di spremuta di limone, chiude con un leggero puff di miele millefiori.

Ha un’acidità vibrante e spiritosa quasi sostenuta dalla sapidità, ciò lo rende giudicabile come vino dal buon potenziale di affinamento, tre/cinque anni.

Il vino in questione era il Cour-Cheverny, François Cazin 2011. Un vino da ostriche, da crudità di mare, oppure da bersi con una rinfrescante insalata verde con Crottin de Chavignol e lardon croccanti.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)