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Dalla Cina il desert wine

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martedì 11 agosto 2015 09:15:00

È di questi giorni la nascita di un’altra preoccupazione, in concomitanza con la questione della Grecia, si tratta della bolla cinese, che non consiste  nel vino spumante, ma nella perdita di valore di oltre il 30% nella borsa valori di Shanghai. Ogni tanto questa benedetta Cina prende vigore nella strategia mediatica occidentale ed è recente la news della CBS sul vino in Cina.

Sappiamo già da tempo che la Cina è diventata il quinto paese al mondo in fatto di vino e vigneti, una notizia che non ha creato patemi d’animo in alcun produttore occidentale, anzi alcuni grandi gruppi stanno progettando la creazione di aziende a capitale misto per essere sul mercato cinese.

Noi vogliamo riflettere su un dato molto particolare che investe la regione di Ningxia, dove si contano 32.374 ha di vigneti e nel 2020 raggiungeranno l’estensione di 65.000 ettari: in dieci la progressione è comparabile a cento anni di  sviluppo della Napa Valley. Per la cronaca gli ettari complessivi in Cina nel 2013 erano 665.000.

La regione Ningxia è desertica, arida di estate e super fredda in inverno, tanto che in estate ci vuole acqua fresca per irrigare e d’inverno le viti vanno sepolte, eppure è qui che si gioca l’inizio (per modo di dire) del vino cinese alla conquista dei mercati. “Vogliamo creare la nuova grande regione del vino del mondo, e il deserto può essere e sarà un appeal formidabile”, così dice uno dei cinquanta produttori della regione, posta a 900 km a ovest di Pechino.  La novità consiste nel fatto che c’è anche la strategia di non emulare zone di fama enologica, che loro conoscono bene, come Toscana e Bordeaux, per costruire un vino cinese in una dimensione con un proprio gusto, legato a un terroir tra i più estremi e unici, e magari idealizzare un “desert wine”.

Per ora l’onda di questo vino s’è diretta sul mercato interno, di cui non riusciamo ancora a comprendere quanto liquido di Bacco sarà in grado di assorbire; però una cosa è certa: stanno cercando in ogni modo di avvitare una cultura del vino in una popolazione avvezza a bevande come il tè, la birra, i pericolosi superalcolici, dove ancora si beve l’acqua calda (cioè scaldata) a tavola e il succo di mela è regolarmente presente nel quotidiano.

I report dicono che il “desert wine” ha delle potenzialità, i vitigni parlano francese e sono soprattutto a bacca rossa, la loro maturità fenolica è assicurata da un clima medio di 23,5°C in luglio, quindi i cabernet perdono quegli indesiderati spunti erbacei, il merlot s’arrostisce così da offrire tannini levigati e succosamente fruttati. Per ora tra gli illustri intrusi s’è intravisto Michel Rolland e il gruppo LVMH. Presto ci aspettiamo sorprese cinesi nella vecchia Europa.

AIS Staff Writer

 

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