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mercoledì 11 giugno 2014 14:30:00

Siamo sempre più convinti che si debba affrontare l’irrisolta questione del vino rosato, per affermarne definitivamente la sua pregiata personalità enologica. Purtroppo è ancora un prodotto che nella realtà commerciale italiana sembra soffrire le ansie di generazioni di consumatori completamente disinteressati a questo splendido prodotto.

Eppure altrove, dicesi in Provenza e già negli States, il rosato s’è costruito una fama da far invidia già ai vinelli bianchi di media beva.

Già lo si dovrebbe considerare per il colore gioioso, che non inganna, come fanno altri colori, con sfumate tinte a cui è possibile assegnare delle valenze da percorso enologico.

Come è, e come lo si dovrà vedere, inutile cercarvi intuizioni e proiezioni degustative, la tinta del rosato è figlia della franchezza cromatica. E poi è un vino che non chiede di essere osannato nell’olimpo. Purtroppo molti degustatori non lo reputano nemmeno lontanamente osannabile: ma sbagliano, fortemente sbagliano.

Un esempio di monumentalità rosata? Quello di López de Heredia, e se lo fanno loro perché non altri?

Anche il discorso che non regge all’affinamento, all’evoluzione, è una mezza bufala. È un preconcetto non si sa dove sia nato, quando lo sia e quanto ancora debba resistere.

Crediamo anche che il rosato possa essere una ricchezza commerciale, ora che la verve dell’immediatezza di beva ha perso i riferimenti dei novelli e di alcuni bianchetti da primo sorso. Ah, un appunto per tutti: il rosato non è un vino di facile assorbimento organolettico.

Per esempio questo Gerbino Rosato da Nerello Mascalese, vecchi ceppi, dell’azienda Di Giovanna, vendemmia 2013, è fuori linea rispetto ai pugliesi e ai lombardi del Garda.

Essere fuori linea, attenzione, non significa fuori qualità, anzi proprio l’opposto: una qualità dal di fuori.

Gerbino Rosato 2013 ha colore rosso lampone, o forse fragola, ma che importa, tanto ha una vivacità cromatica che lo rende luccicante a ogni riverbero di luminosità. Il profumo stimola ricordi di un paniere riempito di piccoli frutti di bosco appena raccolti: ribes a buccia rossa, piccole fragole selvatiche, lamponi con accenno di maturazione, ciliegie selvatiche e qualche rimando al verde delle foglie che s’affacciano alla primavera. Profumo esile, delicato, però restio all’abbandonare il campo olfattivo, quindi un quadro di media ampiezza lo colora e macchia anche la cornice.

Niente spigolature al palato, c’è un perfetto raddoppio di marcatura allo spunto alcolico (13,5%) che a primo acchito teorico sembrerebbe poter emergere: invece no. La spinta rinfrescante dei sapori selvatici dei frutti ne raffredda i calori, per trasformarli in una morbida velatura fruttata che la bassa temperatura di servizio trasforma in un quasi frullato naturale di frutta. Infine tutto viene insaporito da una mineralità con tentacolare sapidità nella proiezione finale del gusto.

Nonostante provenga da ceppi d’origine centenaria, forse anche pre fillossera, ha uno spirito enologico super giovanile, mutuato da un’enologia del freddo e dell’acciaio, da una viticoltura del naturale e dell’organico, che ne preserva la purezza della semplicità.

L’odierna cucina dei ristoranti spesso propone le elaborazioni stilizzate degli hamburger American Heritage; ecco, per quegli hamburger afferrabili dalle nostre mascelle, indipendentemente se riempiti di carne bianca o rossa, pesce o formaggio, oppure semplicemente vegetariani, questo Gerbino Rosato da Nerello Mascalese è il complemento ideale. Così come altri ideali compagni di tavolo sarebbero le pizze, i fritti di pesce e di verdure con carne bianca, il gazpacho e una bella coppa di colorate fragole, ma questa volta con il rosato dentro a temperarsi in acidità.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)