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mercoledì 15 novembre 2017 12:00:00

Soffia il vento in Cognac, ma non è quello oceanico. Scuote il classicismo della Charente-Maritime e spinge rivoli di innovazione sia nell’approccio filosofico all’ecosistema viticolo sia all’innovazione varietale. Nel primo aspetto, quello ambientale, l’indirizzo è di dare durevolezza alla diminuzione dei trattamenti fitosanitari, invece per quanto riguarda i vitigni, è stata attivata una ricerca su nuovi incroci per creare delle alternative a un impianto viticolo pressoché immutato dagli anni post-fillossera.

Le due linee sono incrociate l’una con l’altra, perché i nuovi vitigni dovranno garantire una migliore resistenza all’oidio e alla peronospora, essere insensibili alla muffa grigia, resistere alle malattie del legno,  avere una maturazione tardiva per via dei cambiamenti climatici, possedere una produttività pari all’ugni blanc, generare acini zuccherini per produrre non oltre 10% di alcol e infine un gran contenuto di acido tartarico e degli aromi espressivi in finezza ed eleganza.

Adesso il vitigno che meglio veste quegli abiti è l’ugni blanc, decisamente meno la folle blanche e il colombard. L’intento è quello di migliorare l’esperimento del 1964 che attraverso l’incrocio tra ugni blanc e folle blanche creò il folignan, uva molto apprezzata perché dà un vino ricco in alcol, e il suo distillato abbina note di elegante legno con sfumate sensazioni di fiori secchi, lilla, rosa ed erica.

I distillatori di Cognac vogliono di più, qualcosa oltre l’affidabilissimo ugni blanc. Ed è da  questa cultivar che nascono quasi tutti gli esperimenti, abbinandola in primis con quelli tradizionali come folle blanche, colombard e folignan, per poi spingersi ad altri, come il vidal, il resdur e il rV bouquet; praticamente sono in via di sperimentazione oltre 43 vitigni.

Quest’anno è stato prodotto uno dei primi nuovi vini e c’è un gran fermento per il risultato della distillazione.

Insomma, il mondo corre veloce e talvolta si auto-rincorre nei propri cambiamenti. Era inimmaginabile solo venti anni addietro che il blasone del Cognac sarebbe stato oggetto di un mirato restyling organolettico in assenza di reali criticità di mercato; invece, intelligentemente, non hanno atteso che si formassero le prime crepe o che calasse il ciclo favorevole, perché 3 miliardi di euro di Cognac non sono mica bruscolini.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)