Statistiche

  • Interventi (1659)
  • Commenti (0)

Archivi

martedì 29 agosto 2017 15:30:00

La viticoltura cilena ha quasi 500 anni, furono gli spagnoli a introdurla e uno dei primi appezzamenti a vigna fu nella Central Valley. Il vino cileno fu un emerito sconosciuto a livello internazionale fino alle soglie del 1980, infatti a quell’epoca stava tutto per il mercato interno. Era il vino di tutti i giorni, per tutto il giorno, una bevanda poco costosa che quantitativamente parlando fece balzare la nazione tra il sesto e il settimo posto mondiale e riuscì a oltrepassare la propria frontiera in ragione del prezzo. È una magra consolazione per un territorio potenzialmente capace di salire al vertice.

Tra il 1980 e il 1990 si ebbe la prima scossa e una parte di quell’eredità quantitativa fu cancellata. Il decennio 1990-2000 segnò invece l’inizio del nuovo Cile e ne ha segnato un ricollocamento più qualitativo, anche se ancora non sono stati raggiunti quei picchi di notorietà qualitativa che le potenzialità  cilene avrebbero nel loro DNA.

La nazione è straordinaria, se non altro per i 4.345 km di lunghezza che consentono una varietà di territorio molto differenziante: dal deserto, a nord, dell’Atacama (15° latitudine), al sud con il ghiaccio di Capo Horn (56° latitudine). Nel mezzo ci sta tutto, e ci sta in soli 321 km di larghezza, con la catena della Cordigliera andina che sembra soler spingere tutto e tutti in mare. Dicevamo del suo ricollocamento qualitativo. Ebbene, ciò è avvenuto quando è stata abbandonata una filiera produttiva antiquata ed è stata accettata un po’ di modernità, comunque s’è trattato di una serie di circostanze fortunose più che di vero saper fare dei wine-maker. Le aree produttive da cui sono giunti i migliori risultati sono quelle della Central Valley, in specie l’areale di Maipo (sud ovest di Santiago); al confine sud anche il territorio di Rapel Valley s’è staccato dagli altri, soprattutto i vigneti di Colchagua e Cachapoal (quest’ultime destinate a una progressione qualitativa irrefrenabile nella produzione del vino rosso). Per i bianchi bisogna cercare vigneti “costieri”, che beneficino di clima fresco/freddo, come a Casablanca, a Leyda e  San Antonio. Molta attenzione meritano anche le sudiste Bio Bio e Maule Valley. Insomma il panorama s’annuncia caleidoscopico, destinato a superare l’attuale affermazione qualitativa del cabernet sauvignon e dello chardonnay. L’enologia è in motion, soprattutto nel varietal, e sta decisamente puntando sul pinot nero e sul merlot, mentre nel vino bianco ottime prospettive sono assegnate al sauvignon blanc. Il Cile ha però adottato, come bandiera della sua enologia un vitigno emarginato un po’ in tutta Europa, il Carménère, che trova qui condizioni di coltivazione ideale. Questa scelta potrebbe indirizzare il vino cileno verso il raggiungimento di uno spazio enologico mondiale che non deve confrontarsi con i mostri sacri e quindi ritagliarsi un mercato a concorrenza limitata.

Il Carménère è proposto in diverse versioni, certi vini evidenziano una colorazione molto scura, molto fruttati (di frutta a bacca scura), altri, più leggeri nella tinta, offrono spunti più floreali. Tutti, più o meno intensamente, hanno una costante speziata, dal pepe nero ai peperoni a buccola verdi arrostiti (si precisa che il peperone verde e amaro è espressione di immaturità dell’acino). Altra difficoltà nell’accostarsi al Carménère è il ventaglio del prezzo, si va da un’essenziale 10 dollari fino a oltre 50. A noi hanno impressionato il Viña MontGras Reserva (economico) e il Purple Angel di Montes (poco economico). Succosi e saporiti, morbidi e di facile beva, si sono mostrati i Carménère di Odfjell Orzada (Maule Valley) e il Grial, mentre un gradino al di sopra si posizionano quelli di Viu Manent – la Reserva – e l’Arboleda, quest’ultimo quasi rappresenta una sintesi equilibratamente organolettica della media qualitativa del Carménère del Cile. Ottimo valore commerciale ha il Viña Haras de Pirque Reserva Maipo Valley dei Marchesi Antinori, oppure il Bisquertt Valle de Conchagua La Joya e i classici Casillero del Diablo Concha i Toro di Rapel e Central Valley. Come molte altre regioni enologiche in via di mondializzazione commerciale, spesso si lasciano attrarre dal legno, annichilendo il potenziale, anche scorbutico del vitigno, per un sorriso di morbidezza che sembra essere scolpito tra labbra rimodellate chirurgicamente. Le versioni più interessanti sono attese nella regione di Colchagua Valley. Le aspettiamo al varco.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)